<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-4776483926839565454</id><updated>2011-08-30T15:13:12.250+02:00</updated><title type='text'>Na-koja-Abad</title><subtitle type='html'>il mondo di nessun dove</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://worxd.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4776483926839565454/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://worxd.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>al akhtal</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_RpMmS8bi3OA/Sx_ERIaYGgI/AAAAAAAACRU/skjvfY9tmo8/S220/I5w_xNaCCuoALywLvuftKDWsxrZ_J1jWE-UFWvRFg7IfBDCZ4u0u52neqImhEvtB.jpg'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>14</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4776483926839565454.post-7951604963260276525</id><published>2011-06-10T17:22:00.001+02:00</published><updated>2011-06-10T17:47:02.046+02:00</updated><title type='text'>Una sera, a casa.</title><content type='html'>Spense il computer. Puntò i piedi a terra e spinse la sedia via dalla scrivania con un lento movimento del bacino, mentre il suo sguardo ancora fissava la superficie nera del monitor, che gli restituiva l’immagine del suo volto stanco. Si alzò, spense la luce dello studio, fece un paio di passi al buio ed entrò in cucina. Accese la luce e percorse il metro e mezzo che lo separava dal lavandino. Alzò la leva del rubinetto e riempì un bicchiere d’acqua per un terzo, abbassò la leva del rubinetto e svuotò il bicchiere d’un fiato.&lt;br /&gt;Alzò la leva del rubinetto, sciacquò il bicchiere attento a rimuovere la goccia che si era formata sul bordo esterno, abbassò la leva del rubinetto e posò il bicchiere a testa in giù sul lavandino.&lt;br /&gt;Raggiunse l’uscita della cucina, spense la luce e fece tre passi al buio in direzione della camera da letto, accese la luce, scostò le coperte a formare un triangolo sul bordo sinistro del letto, si tolse gli occhiali e li posò sul comodino, poi si diresse verso l’interruttore della luce e la spense, fece quattro passi al buio e finalmente si coricò.&lt;br /&gt;Le cifre rosse della radio sveglia brillavano nel buio segnando le undici e cinquantanove minuti. Aveva sempre pensato che quella luce rossa prima di addormentarsi avesse un che di sinistro, ma in fondo non era che la luce rossa della radio sveglia di un onesto lavoratore stanco e anche un po’ annoiato. Aveva passato la serata navigando su internet, aveva passato in rassegna il messaggio di stato dei suoi amici su Facebook, aveva provato invidia per Giuliana che stava in Turchia col suo fidanzato, dispiacere per Michele che sembrava non riuscisse a riprendersi dall’ultima sua relazione, l’ennesima a non essere andata a buon fine; si era divertito a vedere i video di Alessandro, che chissà dove li trovava, si era accorto una volta di più che non aveva niente da dire.&lt;br /&gt;Aveva scritto: “solita routine”. Solita routine. Ma che pensiero era, poi? Qualcosa di cui intristirsi, un motivo per compiangersi, una volta di più, del fatto che non aveva una compagna? Che stronzate. &lt;br /&gt;Si girò dall’altre parte, ripiegando il cuscino in due e afferrandolo con entrambe le braccia. L’orologio segnava zero zero e zero zero. Affondò la faccia nel guanciale e udì il solito ronzio notturno che proveniva dalla parete di fronte a lui. Da sempre si domandava cosa potesse esserci all’origine di quel rumore meccanico e ronzante, del quale non si accorgeva durante il giorno. Forse i rumori della veglia lo coprivano o forse si trattava di qualche dispositivo all’interno del condominio che veniva attivato solo di notte. Che fosse una lavatrice, possibile?&lt;br /&gt;Sentì una goccia d’acqua cadere nel lavandino, il frigorifero che si staccava per un momento.&lt;br /&gt;Che pensieri del cazzo comunque, e poi perché mai, avrebbe potuto uscire in qualsiasi momento, quando avesse voluto, sarebbe bastato alzare il telefono e fare una chiamata. Quanto alle compagnie femminili non è che non conoscesse donne, anche disponibili, con cui uscire. Ma come scegliere? E poi, legarsi a qualcuno, rinunciare ai suoi interessi per passare le domeniche in qualche grande centro commerciale. E poi ci sono delle responsabilità, conoscere gli amici di lei, andare a fare i pic nic, in fondo, quel che gli mancava davvero, era del tempo per se stesso. E poi c’era la casa a cui badare, i panni da stirare, i conti da tenere, non voleva certo apparire come uno di quei quarantenni sciatti e spiegazzati che sembrano adolescenti spettinati e scappati di casa.&lt;br /&gt;Zero zero e zero uno, la luce rossa delle cifre lo aveva sempre innervosito, ma non aveva mai voluto cambiare la radiosveglia per un motivo così infantile, non avrebbe mai riconosciuto a se stesso di essere un tipo suggestionabile. Il macchinario ronzava nella notte, da qualche parte dietro la parete, oppure sette piani più sotto, negli scantinati dello stabile, in mezzo a tubi arrugginiti e tane di topi e nidi di insetti. Quegli stessi insetti che forse erano la causa del grattare che ora sentiva dietro la carta da parati.&lt;br /&gt;Si innervosì, l’idea che ci potessero essere delle tarme in casa lo faceva sentire sporco, e lo riempiva di pruriti, lasciò andare il cuscino e si rigirò verso destra, lasciandosi alle spalle il chiarore rossastro della radio sveglia.&lt;br /&gt;Una goccia d’acqua cadde con un tonfo nella vasca. La televisione si era accesa. &lt;br /&gt;Per un secondo un brivido gli corse sulla schiena, poi pensò che il figlio dei vicini non riuscisse a dormire, e che avesse acceso la televisione.&lt;br /&gt;Affondò il viso nel materasso, poi afferrò il cuscino con entrambe le braccia e se lo calò sulla nuca tenendolo stretto ai lati della testa.&lt;br /&gt;Un istante dopo udì lo sfregamento di un accendino provenire dal soggiorno. I suoi sensi si acuirono, mentre la pelle, percorsa da un’ondata di freddo, si raggrinziva in risposta alla paura. &lt;br /&gt;Erano entrati i ladri. &lt;br /&gt;Cosa poteva fare adesso, se non uscire lentamente dalla camera da letto con le mani alzate e tranquillizzarli sul fatto che avrebbe collaborato? &lt;br /&gt;Sconvolto, in preda al panico, e col cuore in gola per la paura, fece come aveva stabilito.&lt;br /&gt;Con quattro passi percorse la camera da letto al buio, e mise la testa fuori dalla stanza. Vide la luce intermittente del televisore provenire dal soggiorno, e dai suoni che arrivavano dalla camera ebbe la netta impressione che qualcuno stesse facendo zapping. Il puzzo della sigaretta del ladro aveva ormai invaso lo stretto corridoio, mentre lui camminava come in trance in direzione dello sconosciuto.&lt;br /&gt;Che razza di ladri erano, per mettersi a guardare la televisione mentre si trovavano nell’appartamento da derubare? Continuò a camminare lentamente, il cuore gli pulsava nelle tempie, aveva la gola completamente secca e lo stomaco gli doleva dalla paura. Ma quando varcò la porta del soggiorno, nessuna paura propriamente detta poteva prepararlo a ciò che vide.&lt;br /&gt;Seduto sul divano, con una sigaretta accesa in bocca, non vide altri che se stesso, che col telecomando in mano scorreva pigramente i canali, tra una boccata e l’altra.  Atterrito, spalancò la bocca come per gridare, ma nessun suono uscì dalla sua gola contratta e asciutta. Rimase alcuni minuti sospeso tra il terrore puro e la strana curiosità che spinge l’uomo a indagare fenomeni che sembrano impossibili. Tutto nel corpo di quell’altro era una esatta riproduzione della sua persona: lo erano i capelli ormai radi, le occhiaie scure che cerchiavano gli occhi incavati e gonfi, le guance flosce appena ingrigite da un filo di barba e quel mento sporgente che aveva odiato fin da piccolo. Persino la maniera nervosa con cui aspirava il fumo nei polmoni e la maniera di soffiarlo fuori con forza erano identici al suo comportamento.&lt;br /&gt;L’altro se stesso sembrò non essersi accorto dell’altrui presenza, mentre lui, la bocca spalancata e gli occhi fuori dalle orbite, camminava  aderendo alle pareti con gli arti contratti e distesi all’inverosimile, come un ragno enorme e grottesco. D’un tratto fu come se un diaframma si fosse spezzato nelle sue corde vocali, e finalmente proruppe nell’urlo disperato e atterrito di chi è testimone di un fatto orribile.&lt;br /&gt;Istintivamente si lanciò nel corridoio, poi si volse di nuovo verso la porta, per essere sicuro che quella cosa non lo stesse seguendo, e si ritrovò a camminare all’indietro, con le braccia spalancate, come se volesse aggrapparsi alle pareti per evitare di essere risucchiato da un abisso infinitamente orribile e oscuro, e così facendo le sue unghie graffiavano stridendo l’intonaco dei muri. Ad un tratto gli parve di inciampare in qualcosa di morbido, che in base all’esperienza di una vita sembrava proprio la consistenza di una gamba umana. Girò lo sguardo alla sua sinistra e vide un altro, identico a lui, che entrava in cucina dirigendosi verso il lavandino. Urlò con quanta forza aveva in petto, e quell’altro girò la testa come per guardarlo, ma parve non vederlo.&lt;br /&gt;In quel momento qualcosa si ruppe definitivamente dentro di lui, quando in maniera convulsa e affannata il suo cervello prese in considerazione di porre termine al quell’incubo sacrificando la propria vita.&lt;br /&gt;Si girò di scatto e corse verso il bagno, sperando di trovare scampo gettandosi dalla finestra, ma quando aprì la porta ed entrò nella stanza vide l’ennesimo essere, in tutto e per tutto identico a se stesso, che si fissava allo specchio.  Girò la testa nella sua direzione, e in quell’unico, brevissimo sguardo che si scambiarono, fu come se la somma di tutte le paure più antiche rigurgitate dagli abissi della memoria dell’uomo si fossero concentrate per distruggere completamente le sue cognizioni di tempo e di spazio, di identità e differenza, di essere e non essere. Con i lineamenti sconvolti e la faccia ridotta a poco più che uno straccio, più simile al capriccio di un artista cinico e malevolo che ai lineamenti di un essere umano, riprese la sua folle corsa, stavolta verso l’ingresso, più per qualche genere di istinto primordiale che per una speranza di salvezza. Quando arrivò davanti alla porta di casa vide uno di quegli esseri che chiudeva la serratura per quattro, otto, sedici, infiniti giri di chiave, sigillando il suo corpo e la sua anima nell’orrore senza fine di quel paradosso agghiacciante.&lt;br /&gt;Quel che seguì è cronaca. &lt;br /&gt;La notte del ventotto maggio, al 1080 di via Laurentina a Roma, le fiamme divorarono l’appartamento di Emilio Nardò. I vicini, interrogati da Carabinieri e Vigili del fuoco, dichiararono che l’uomo era scapolo e disoccupato. Alcuni ritenevano che avesse subito un esaurimento nervoso dopo la morte della madre circa sei mesi prima, dalla quale non si era più ripreso, mentre altri sostenevano che fosse semplicemente pazzo, e facevano  in modo che i bambini non gli si avvicinassero mai, neanche quelle rare volte che lo incontravano per le scale. Quello che nessuno fu mai in grado di capire, è perché nella casa vennero trovati i cadaveri di sei individui, completamente carbonizzati e irriconoscibili. Il caso divenne oggetto delle speculazioni ridicole di occultisti, gruppi new-age e pseudo scienziati che riempirono gli schermi televisivi di frottole e ciance sconclusionate. Tra quelli che, per puro caso, intuirono quel che era successo nella casa, vi furono dei mistici che parlarono di quel mito persiano secondo il quale a ogni uomo corrisponde un doppio celeste, col quale dovrà convivere per l’eternità, mentre altri tirarono in ballo il paradosso del gatto di Schrödinger, un esperimento mentale che si usa in fisica quantistica per descrivere sistemi in cui il livello subatomico interagisce con quello macroscopico. Ma la verità è che nessuno sa che cosa accade, quando un uomo resta solo con se stesso, e, quanto a voi, guardatevi dalla solitudine.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;iframe width="425" height="349" src="http://www.youtube.com/embed/WkeyI-IeGDE" frameborder="0" allowfullscreen&gt;&lt;/iframe&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4776483926839565454-7951604963260276525?l=worxd.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://worxd.blogspot.com/feeds/7951604963260276525/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://worxd.blogspot.com/2011/06/una-sera-casa.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4776483926839565454/posts/default/7951604963260276525'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4776483926839565454/posts/default/7951604963260276525'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://worxd.blogspot.com/2011/06/una-sera-casa.html' title='Una sera, a casa.'/><author><name>al akhtal</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_RpMmS8bi3OA/Sx_ERIaYGgI/AAAAAAAACRU/skjvfY9tmo8/S220/I5w_xNaCCuoALywLvuftKDWsxrZ_J1jWE-UFWvRFg7IfBDCZ4u0u52neqImhEvtB.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://img.youtube.com/vi/WkeyI-IeGDE/default.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4776483926839565454.post-5887101611938797574</id><published>2010-08-06T18:02:00.003+02:00</published><updated>2010-08-06T18:08:44.102+02:00</updated><title type='text'>Day Tripper</title><content type='html'>Roma a Luglio è un caldo torrido. Le facciate dei palazzi ti esplodono in faccia, inondate dalla luce del sole. I colori si perdono nella luce bianchissima, e formano figure geometriche di risplendente chiarore, che si intersecano con le ombre nere degli edifici, formando un quadro fatto di sagome spezzate, di luce e di ombra.  Simile al fiume Nung di Apocalypse Now, la strada serpeggia attraverso la città come un cavo elettrico, ma al termine del mio viaggio non c’è nessun colonnello Kurtz ad aspettarmi, soltanto un ufficio di circosrcrizione, con la sua fresca penombra e le urla di decine di persone che aspettano una carta d’identità, che chiedono un cambio di residenza. Nessun orrore quindi, nessuna possibile epifania, nessuno scioglimento, soltanto la routine di un cittadino qualunque, un numero da prendere, una firma da mettere.&lt;br /&gt;Entro nell’ufficio del comune, dove mi attende il vociare assordante di altri cittadini come me. Una donna vecchia e sfatta, con un’ improbabile acconciatura dei capelli, sta in piedi dietro uno sportello di vetro, urla informazioni a destra e a manca, mentre altri le si accalcano intorno con dei fogli in mano, fanno domande, la attorniano da ogni parte. La signora sembra sopraffatta dalla ressa, alcuni sono passati dietro lo sportello, temo che non ce la farà, temo che soccomberà alle richieste dei cittadini frustrati. La vedo scomparire per un momento dietro alle schiene e alle teste degli utenti. Ma proprio quando penso che sia spacciata, vedo la folla ricacciata indietro da urla inferocite e insulti. La donna riemerge da dietro la massa di gente, come Bud Spencer quando si scrolla di dosso frotte di cattivi con un urlo rauco e virile. L’impiegata, sull’onda della sua ritrovata aggressività, come una sorta di divinità guerriera tuona cazziatoni contro alcuni colleghi che girano attorno allo sportello senza occuparsi dell’utenza, mentre altre persone si accalcano dietro di me spingendo per entrare.&lt;br /&gt;L’immagine che si ha negli uffici pubblici è sempre la stessa: due ore e mezza di orario la mattina, e due ore e mezza il pomeriggio nei giorni dispari. Un sacco di gente con le necessità più disparate, come è normale che avvenga in una grande città. Tre funzionari incompetenti e disinformati di cui uno viene abbandonato alla mischia con l’utenza, mentre due girano da una stanza all’altra ostentando un’aria affranta e impotente.&lt;br /&gt;Dopo mezz’ora da quando sono entrato in possesso del modulo che mi serve, la donna allo sportello annuncia la chiusura, sbarra la porta d’ingresso, ci tira sopra una tenda e poi si dirige alla macchinetta che distribuisce i numeri, pomposamente denominata “turn-o-matic”, e col cipiglio di chi sta compiendo coscienziosamente il proprio lavoro, incomincia a estrarre dalla macchina tutti i numeri rimanenti. Quando una ritardataria, entrata per non so quale porta, le chiede di poter prendere il numero, la risposta non può che essere definitiva, ineluttabile, secca, come solo in un ufficio altamente disfunzionale come questo si può sentire: “Sono finiti.”&lt;br /&gt;A circa un’ora dal termine del mostruoso turno di due ore e mezza, la circoscrizione non fa entrare più nessuno.&lt;br /&gt;Quando arriva il mio turno per ritirare il documento, chiedo all’impiegata tre copie del foglio. Lei alza un sopracciglio, mi lancia un’occhiata di traverso e poi commenta sarcastica: “Ma certo, me ne faccia dieci!” e scoppia in una grassa risata. Tempo per l’operazione: cinque minuti scarsi. Frustrazione accumulata: oltre il livello di guardia.&lt;br /&gt;Esco dalla bolgia infernale e inforco il mio roboante scooter 125 col portapacchi sfondato, parcheggiato al sole. La sella rovente rischia di lasciarmi un branding sulle chiappe con la texture dei jeans. Rigiro il potente mezzo e sono di nuovo sulla strada. Mentre attraverso la città alle due del pomeriggio, incattivito dagli ultimi eventi, mi dirigo senza meta verso il sole abbacinante, half-conscious, come in trance.&lt;br /&gt;Il caldo sta iniziando a darmi alla testa, dall’aria tremolante che si alza dall’asfalto vedo emergere, come una Fata Morgana, il ministro Brambilla che vuole vietare il palio di Siena perché ci fa “vergognare” davanti ai cittadini stranieri. Invece il sito da lei realizzato per far conoscere il nostro Paese non è una vergogna, dove “spiagge” è tradotto “plagues” in francese, e cioè “pestilenze”. Non è una vergogna il tasso di disoccupazione in Italia. Non sono una vergogna i rapporti tra stato e mafia. Non è una vergogna che tutto questo sembri non esistere per i nostri politici. No. E’ il palio di Siena. Cazzo.&lt;br /&gt;La noia. Non so quale altro motivo mi spinga a cercare un senso al disagio del cittadino medio. Creare delle relazioni tra gli eventi, scandagliare l’origine di un nome, leggere i rottami abbandonati sul ciglio della strada come la mappa di una metafisica pigra, autolesionista e irresponsabile, che spieghi l’assurdo di un ufficio di circoscrizione, il silenzio macabro che circonda le stragi di stato. Leggere i segni, scovare dei significati. Un’attività controproducente che presto ti porta al blocco della funzionalità cerebrale, perché sai che questo disagio rappresenta, per la maggior parte di noi, il migliore dei mondi possibili. E allora non mi resta che immaginare un acuto, giallo, pazzo squillo di tromba che infranga il vetro delle mie costruzioni, che frantumi lo schermo su cui è proiettata questa storia lenta e sciatta. &lt;br /&gt;Il sudore mi scivola dalla fronte sugli occhiali, appannandomi la vista. Dall’alto dei cieli, mi pare di scorgere Alf, il simpatico alieno dal naso a proboscide, che mi chiama dallo zenith. Si sbraccia, sorride, e mi invita a salire. Mi rendo conto che è proprio lui, mi tende una mano e mi saluta col suo caratteristico “AAAAAAH!”. Sorrido, afferro la sua presa pelosa, e lui mi solleva, mi porta nel cuore del sole, dove tutto si perde nel calore e nel bianco, dove brucia ogni cosa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;object width="480" height="385"&gt;&lt;param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/4vlZvBYW7ns&amp;amp;hl=it_IT&amp;amp;fs=1"&gt;&lt;/param&gt;&lt;param name="allowFullScreen" value="true"&gt;&lt;/param&gt;&lt;param name="allowscriptaccess" value="always"&gt;&lt;/param&gt;&lt;embed src="http://www.youtube.com/v/4vlZvBYW7ns&amp;amp;hl=it_IT&amp;amp;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="480" height="385"&gt;&lt;/embed&gt;&lt;/object&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4776483926839565454-5887101611938797574?l=worxd.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://worxd.blogspot.com/feeds/5887101611938797574/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://worxd.blogspot.com/2010/08/day-tripper.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4776483926839565454/posts/default/5887101611938797574'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4776483926839565454/posts/default/5887101611938797574'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://worxd.blogspot.com/2010/08/day-tripper.html' title='Day Tripper'/><author><name>al akhtal</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_RpMmS8bi3OA/Sx_ERIaYGgI/AAAAAAAACRU/skjvfY9tmo8/S220/I5w_xNaCCuoALywLvuftKDWsxrZ_J1jWE-UFWvRFg7IfBDCZ4u0u52neqImhEvtB.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4776483926839565454.post-4245188475069384583</id><published>2010-07-03T15:48:00.004+02:00</published><updated>2010-07-05T21:11:21.754+02:00</updated><title type='text'>Deserto.</title><content type='html'>&lt;div align="right"&gt;&lt;em&gt;A Manuela&lt;br /&gt;In memoria dello scrittore yemenita Muhammad Abd al-Wali&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;La strada si snodava come un serpente, il sole era nascosto da un sottile strato di nubi, e il caldo preannunciava quella che con ogni probabilità sarebbe stata un’estate torrida.&lt;br /&gt;Il mio amico guidava in silenzio, teneva gli occhi fissi sulla strada e ogni tanto scrollava la cenere della sigaretta attraverso una piccola apertura del finestrino.&lt;br /&gt;Io osservavo i campi alla mia destra, le casette bianche che sfrecciavano di lato, i tetti di tegole rosse, qualche capanno degli attrezzi, garages. Un’altra città scorreva sotto i miei occhi in lontananza, mentre ripensavo a tutte le città che ho lasciato, a tutti i rapporti che ho interrotto.&lt;br /&gt;- Accendo la radio? &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Aveva biascicato quelle parole come biascica chi tiene il filtro di una sigaretta tra le labbra, oppure come chi non parla da molto tempo e lentamente riprende la capacità di articolare.&lt;br /&gt;- No, grazie.&lt;br /&gt;- Come vuoi. D’altronde si sa… ti piace farti male. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Gli lanciai un’occhiata di sbieco, non sapevo esattamente cosa rispondere. Guardai il sedile tra le mie gambe, poi tirai fuori la bustina del tabacco e le cartine. Mi rollai una sigaretta. La accesi e tirai due grosse boccate. Non sapevo cosa rispondere. Davvero mi piaceva farmi del male? Partire e lasciare questa vita era farsi del male? Decisi di accendere la radio. Si udì una di quelle melodie sanremesi. Il pezzo sapeva di già sentito, ero incerto se si trattasse di un plagio dei Cure o di qualche altro gruppo anni ottanta. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;- Bella merda – disse – metti un cd. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Frugai nel cassetto del cruscotto, tra accendini esauriti, custodie vuote di dischi e documenti della macchina. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;- CCCP o Nick Cave? &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;- Fai tu. Tanto li so a memoria tutti e due. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Inserii il cd di Abattoir Blues, mentre la macchina filava veloce sull’autostrada. Pini marittimi scomparivano dietro di noi, e il caldo aumentava, man mano che procedevamo verso sud.&lt;br /&gt;- Questo Paese uccide la facoltà di pensare e col passare del tempo intorpidisce i sensi e reprime l’attività cerebrale. Ogni giorno che passa siamo più lenti, più rimbambiti e più morti – mormorai.&lt;br /&gt;- Sei tu che sei pessimista. E poi, una volta che sarai in America, voglio vedere come farai con quel cibo di merda. E poi occhio ai vicini, lì è pieno di matti!&lt;br /&gt;Sorrise.&lt;br /&gt;- Siamo noi i matti. Non è da matti aspettare l’autobus per quaranta minuti e poi accanirsi contro un povero autista che fa solo il suo lavoro? E’ il sistema viario che non funziona, sono i bilanci delle aziende che non funzionano, ma a noi non ce ne frega niente. Ci frega solo di poter insultare il primo che ci capita davanti, invece di cercare i responsabili. Noi siamo così, invece di cambiare il sistema, preferiamo sfogare la nostra frustrazione sul primo che capita, magari mentre siamo al volante. Ci piace essere prevaricatori, ed è per questo che siamo tolleranti verso chi ci prevarica. Perché se fossimo al suo posto, anche noi faremmo la stessa cosa.&lt;br /&gt;- Per forza che farei la stessa cosa, a forza di ingoiare merda, prima o poi ti stufi, e quando capita che puoi guadagnarci qualcosa ne approfitti.&lt;br /&gt;- E secondo te questo ha delle buone ricadute sulla società?&lt;br /&gt;- No, non dico che abbia delle buone ricadute, ma è anche normale che in un sistema basato sula prevaricazione, ne approfitti anche tu prima o poi.&lt;br /&gt;- Certo, e quindi continuiamo a considerare il bene pubblico come un interesse privato: la fotocopiatrice dell’ufficio diventa la mia fotocopiatrice, il tuo posto in coda diventa il mio posto, il bilancio del Paese diventa il mio bilancio, e poi non ci meravigliamo se le cose vanno a rotoli.&lt;br /&gt;Dalla strada ora si vedeva il mare. Ci eravamo lasciati la maremma alle spalle coi suoi pascoli verdeggianti e filavamo a tutta velocità verso Grosseto. Avevo voglia di una birra e ne acchiappai una dalla ghiacciaia dietro il sedile del conducente. La lattina era fredda, così me la passai sulla fronte nel tentativo di rinfrescarmi.&lt;br /&gt;- Ne vuoi un po’ ?&lt;br /&gt;- Grazie.&lt;br /&gt;Bevve dalla lattina mentre gli tenevo il volante, poi me la passò.&lt;br /&gt;Fuori dal finestrino vidi piccoli borghi arroccati in cima alle colline, cinti da splendide mura medievali. Immaginai quali tesori dell’arte e della storia fossero custoditi nelle sagrestie di quei piccoli centri in lontananza.&lt;br /&gt;- Vedi, dicono che in Italia abbiamo l’ottanta per cento del patrimonio artistico mondiale. Ma sono cose che ci sono rimaste da epoche precedenti, roba fatta da altri, come tutte le antichità romane. Ma noi, noi italiani, che cosa stiamo lasciando a questo Paese? Fatti un giro nel centro di Roma, e vedrai che casca a pezzi. Dicono che abbiamo troppi beni culturali da difendere, e allora investiamo in beni culturali! Sai quanti posti di lavoro si potrebbero ottenere? E invece no, se vai a visitare un palazzo reale o una rovina, molte volte le guide sono dei volontari, oppure gente malpagata. Malpagati come noi laureati. Abbiamo studiato una vita per cercare di avere un buon posto di lavoro, e invece ci attendono sfilze di stage non retribuiti, l’accesso all’insegnamento è bloccato, e nel frattempo vanno avanti insegnanti di inglese che non sanno spiccicare mezza parola. Senza parlare di come vengono considerati gli studenti. Quando ancora studiavo, me ne hanno dette di tutti i colori. Che ero un idealista, che non avevo i piedi per terra, che non capivo nulla del mondo, che mi ero rincoglionito il cervello sui libri, e me lo diceva gente che come soluzione all’immigrazione, proponeva di ammazzarli tutti.&lt;br /&gt;- Piuttosto radicale. La verità è che la gente vuole il posto fisso, vuole fare come i nostri genitori che hanno lavorato per una vita nello stesso posto, e magari andare in pensione a quarantacinque anni. Così possono passare il resto della vita nei loro salottini Ikea pieni di animaletti Thun e ninnoli di lana cotta da cinquantacinque euro.&lt;br /&gt;La voce profonda di Nick Cave si diffondeva dalle casse, riempiendo l’abitacolo della sua malinconia: “Can you hear what I hear, babe? / Does it make you feel afraid?”&lt;br /&gt;- Guardali i cinquantenni di oggi, pensa ai miei o ai tuoi genitori. Gente completamente annoiata dalla vita, che ha perso qualsiasi speranza nel cambiamento e non fa che ripetere che gialli, verdi o rossi sono tutti uguali. E allora che va a votare a fare? Vecchi con gli occhi cancellati, oppure nevrotici sostenitori dei “favolosi anni settanta” che oggi consegnano il proprio senso critico alla Chiesa esattamente come quarant’anni fa lo consegnava al partito comunista o alla DC. Ormai sono come dischi rotti che ripetono sempre le stesse frasi: “voi giovani non avete ideali”, “voi giovani non avete iniziativa”, “ma tu che ne sai di com’era ai miei tempi”. Beh, sai cosa penso? Che loro non hanno senso critico. Non ce l’hanno mai avuto.&lt;br /&gt;- Io so soltanto che abbiamo collezionato tutte le distopie della letteratura del novecento. Da Kafka a “Quarto potere”, da George Orwell a Huxley, non c’è scrittore che non sia stato citato dalla stampa estera per tentare di dare una definizione dello stato in cui ci troviamo. Eppoi, è fin da quando ero bambino che ho la sensazione che qualcosa non va. Come in un film di David Lynch. L’inquadratura è in pieno sole, eppure sai che qualcosa di macabro sta per accadere.&lt;br /&gt;Dal finestrino vedevo scorrere i campi coltivati, in lontananza macchie di bosco punteggiavano le colline, incoronate da filari di pini marittimi mentre offrivano le loro fronde al sole del mezzogiorno.&lt;br /&gt;Ogni volta che passavo per la campagna laziale mi tornavano in mente le leggende e i miti dell’antica Roma, e mi sembrava di vederli davanti ai miei occhi: là una ninfa che riposa all’ombra, laggiù dei centauri che scendono galoppando per il fianco di una collina, e ovunque spiriti della natura che interferiscono coi sogni di qualche incauto viandante.&lt;br /&gt;- Sicuramente in Italia ci sono molte cose che non vanno, ma pensi che laggiù troverai un mondo ideale? In America qualsiasi stronzo può comprarsi una pistola al supermercato, e poi li hai visti anche tu i documentari di Michael Moore, pensa solo al sistema sanitario che hanno, e dimmi se ti sembra giusto.&lt;br /&gt;- E’ qui che ti sbagli, non sono alla ricerca di nessun mondo ideale, ma soltanto di un lavoro. Voglio avere l’opportunità di guadagnarmi da vivere coi frutti del mio lavoro, della mia ricerca. Il mio laboratorio ha chiuso, e se mi dice bene al prossimo concorso per interni mi ritroverò tre generazioni di disoccupati in fila per un posto. Ho trentatré anni, pensi che abbia ancora il tempo per inventarmi un nuovo lavoro? Ho passato nove anni per diventare ricercatore e adesso cosa dovrei fare? Buttare all’aria tutto e riciclarmi in un lavoro in di cui non so nulla? Mi dispiace, ma non mi farò ammazzare da un sistema che divora i sogni dei cittadini e caga ecomostri di cemento .&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La macchina filava veloce verso Roma. Io guidavo in silenzio, assaporando le ultime ore in compagnia del mio amico. Stavo zitto, per non tradire la violenza delle mie emozioni. Avanzando verso la capitale, respiravamo forte la miscela di mare, resina ed erba secca, e sapevo che avrebbe cercato quell’odore in tutte le spiagge d’America, senza mai trovarne l’eguale, e sapevo anche che il nostro rapporto sarebbe continuato attraverso lo schermo di un computer connesso a skype. Anche lui sarebbe diventato una presenza elettronica, come altri amici prima di lui, presenti a qualche festa di compleanno tramite le casse e il video di un pc portatile. Sapevo quanto avesse creduto nel suo sogno, quanto avesse studiato e lavorato, quanto avesse imparato e quanto avrebbe voluto lasciare al suo posto di lavoro. Ma il suo laboratorio avrebbe chiuso in capo a due tre mesi, e di tutte le sue conoscenze, non sarebbe rimasto nulla a nessuno. Se le sarebbe portate via, come i semi di una pianta preziosa da piantare in una terra più fertile, mentre dove aveva lavorato, sarebbe avanzato il deserto. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;object width="480" height="385"&gt;&lt;param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/bVjXAGXlqnA&amp;amp;hl=it_IT&amp;amp;fs=1"&gt;&lt;/param&gt;&lt;param name="allowFullScreen" value="true"&gt;&lt;/param&gt;&lt;param name="allowscriptaccess" value="always"&gt;&lt;/param&gt;&lt;embed src="http://www.youtube.com/v/bVjXAGXlqnA&amp;amp;hl=it_IT&amp;amp;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="480" height="385"&gt;&lt;/embed&gt;&lt;/object&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4776483926839565454-4245188475069384583?l=worxd.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://worxd.blogspot.com/feeds/4245188475069384583/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://worxd.blogspot.com/2010/07/deserto.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4776483926839565454/posts/default/4245188475069384583'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4776483926839565454/posts/default/4245188475069384583'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://worxd.blogspot.com/2010/07/deserto.html' title='Deserto.'/><author><name>al akhtal</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_RpMmS8bi3OA/Sx_ERIaYGgI/AAAAAAAACRU/skjvfY9tmo8/S220/I5w_xNaCCuoALywLvuftKDWsxrZ_J1jWE-UFWvRFg7IfBDCZ4u0u52neqImhEvtB.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4776483926839565454.post-1726324381856635465</id><published>2010-05-24T23:25:00.005+02:00</published><updated>2010-07-05T11:31:36.428+02:00</updated><title type='text'>Estranged</title><content type='html'>Il mare in tempesta. Non si può lottare contro il mare, non si può vincere la furia degli elementi a forza di braccia. Forse è per questo che le mie hanno cominciato a far male. Prima o poi il mare ha il sopravvento, e la sua massa d’acqua azzurrina ti ricopre. Tutto quello che vedi mentre affondi è un tetto d’acqua che si allontana sempre di più, mentre tutto intorno comincia a fare buio. Sempre più buio mentre affondi, il cuore batte forte e lo senti nelle orecchie, l'angoscia sale sempre di più e la superficie dell’acqua si allontana. Solo allora ti accorgi di quanto sia solida l’acqua, dura, tangibile, e scura. Ti stupisci di come i pesci possano vivere in un elemento tanto ostile, e mentre tu affondi i loro occhi senza palpebre ti fissano, e il loro sguardo ti fa male, perché è lo sguardo inespressivo dell’ineluttabilità del fato. Sì, perché quando affondi, dopo un po’ ti manca l’aria, e non c’è verso di lottare nemmeno contro il tuo corpo che vuole respirare a tutti i costi, e non gli interessa se respira acqua o aria, deve respirare e basta, e allora comincia a incamerare acqua. Non senti il salato in bocca, senti solo l’impatto del liquido nel palato, poi nello stomaco e infine nei polmoni. Ti riempi d’acqua e allora pensi che ti scioglierai nel mare, e allora pensi che non è così tanto male, e pensi di annientarti nel gigante blu, ma il problema è il mentre, il durante, il tempo che trascorre tra la prima boccata di liquido e l’ultimo pensiero che ti attraversa la mente, il tempo che passa mentre vedi il cielo scomparire dietro l’acqua, e la profondità che avanza, senza mostrare punti d’arrivo, senza neanche la consolazione di sapere dov’è che toccherai il fondo. &lt;br /&gt;Qualcuno ha detto che siamo creature di terra, ma questo è inesatto, la terra è solo il punto d’appoggio dei nostri piedi, ma l’uomo è e resta una creatura dell’aria, siamo fatti per respirare aria, non terra, chi cazzo ha detto che siamo creature di terra? I pesci respirano nell’acqua, quindi sono animali acquatici, noi respiriamo nell’aria, quindi siamo animali dell’aria. Il fatto di non volare come uccelli, secondo me, non è sufficiente a privarci della nostra cittadinanza di animali aerei. E poi, senza terra, anche gli uccelli dove deporrebbero le uova? Segno che tutta la teoria degli elementi è da rifare. &lt;br /&gt;Qualcuno ha detto che quando muori rivedi tutta la tua vita, la tua vita in un secondo, sembra un cazzo di spot. Anche ora, che sto morendo, penso a slogan e vorrei morire, mi consolo, è solo questione di minuti. Battuta. Faccio le battute come Bruce Willis nei film d’azione, ma in realtà sono terrorizzato.&lt;br /&gt;Io sono nato negli anni 80, quando i ragazzi portavano la bandana e ottocento orologi sulle braccia. Quando era tutto colorato e hanno inventato le luci al neon. Quando andavano le giacche con le spalline larghe, e anche un semplice impiegato comunale sembrava Mazinga, quando il muro di Berlino separava ancora nettamente l’est e l’ovest in buoni e cattivi, quando in tivvù c’era lo Zio Tibia e i racconti della cripta, quando andavano il glam rock e i capelli cotonati, e sembrava che tutto luccicasse come se dovesse durare per sempre. Ascoltate l’ultimo disco dei Guns n’roses e ne riparliamo. Battuta numero due. &lt;br /&gt;I bambini degli anni 80 sono cresciuti ascoltando Madonna e Cindy Lauper, che diceva “girls just wanna have fun”, e Madonna all’epoca aveva ancora le sopracciglia attaccate. Poi c’era Rocky, che spaccava il culo a tutti, che prendeva carrettate di pugni in faccia ma poi vinceva sempre, perché lui ci metteva il cuore, oltre che la faccia. Stallone faceva anche Rambo, che era uno traumatizzato dalla guerra e ammazzava tutti perché non volevano dargli un lavoro, e allora lui iniziava una guerra contro il mondo e lo sceriffo finiva sparato nei coglioni. Chi è nato negli anni 80 è cresciuto sapendo di essere speciale, è cresciuto giocando con i Master, i “dominatori dell’universo”, e quello che restava delle idee laiche e democratiche propugnate nei due decenni precedenti. Ma mentre tutti perdevano le bave sulle foto di Cindy Crawford si preparavano gli anni 90, il periodo del grunge e della depressione adolescenziale. Eravamo depressi perché non siamo diventati delle star, perché abbiamo capito che c’è un limite ai pugni che puoi prendere in faccia, perché anche se spari allo sceriffo un lavoro non te lodanno, perché ci siamo accorti che le belle idee dei nostri padri si erano trasformate in bigottismo e carrierismo, perché abbiamo smesso di portare le giacche con le spalline larghe e allora abbiamo capito quanto eravamo piccoli. Il muro di Berlino è caduto, insieme a tanti altri muri. Popoli colonizzati da trecento anni si sono riversati nelle nostre capitali, e tutti hanno avuto paura. La gente ha smesso di camminare per la strada perché c’erano i “marocchini”. All’inizio pensavo che marocchino fosse un mestiere, tipo “ciabattino” o “attacchino”, poi mi hanno detto che no, non era un mestiere, il mestiere del marocchino è il “vucumprà”.&lt;br /&gt;Ma noi che siamo nati negli anni ottanta, sapevamo di essere speciali. E poi abbiamo scoperto di esserlo per davvero. Noi possiamo lavorare per duecento euro al mese in posti chiamati “call center”, ed essere mantenuti a trent’anni dalle nostre famiglie continuando a chiedere i soldi come ragazzini, posticipando la nostra realizzazione a data da destinarsi. Parafrasando Ginsberg ho visto le menti migliori della mia generazione sprecate, sprecate in stage aziendali non retribuiti con la promessa di un contratto a tempo determinato che non arriva mai. Eppoi ho visto le menti migliori della mia generazione andarsene per sempre all’estero, dove almeno esiste l’idea di sviluppo. Nel mio Paese ho visto scomparire l’industria, e ho visto mostri di cemento sfigurare le spiagge più belle del mondo, perché nel mio Paese vanno avanti solo i costruttori e i farabutti. Meglio se le due categorie rientrano in un’unica persona.  L’agricoltura è sparita già tempo addietro, per fare spazio all’industria, e quella che rimane sopravvive grazie al caporalato e agli immigrati. Però tutti li vogliono mandare a casa. Tutti parlano di tutelare la famiglia, ma poi mettono la badante straniera appresso ai loro vecchi. &lt;br /&gt;Io affondo, cazzo, e non so dove andrò finire. Affondo e mi manca l’aria e nemmeno adesso riesco a smettere di pensare alla vita che non ho vissuto, nemmeno adesso mi lascia il pensiero che avrebbe potuto essere migliore, diversa, che un posto da star mi spettava di diritto, che avrei vissuto in maniera stravagante ma soprattutto divertente, che anch’io avrei corteggiato una donna facendo il moonwalk. Ma poi anche Michael Jackson si è disfatto come una maschera di Madame Tussaud nel forno a microonde, e poi è morto che di tutti i suoi sogni era rimasto solo un marchio.&lt;br /&gt;Sto annegando e vedo nero, le profondità mi inghiottono e vorrei pensare ancora, vorrei aver detto la metà di quello che penso, vorrei aver fatto un terzo di quello che immagino, vorrei ma non posso, ora è troppo tardi, e le profondità marine salgono, mi inghiottono. E’ buio. E’ tardi. E’…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;object width="425" height="344"&gt;&lt;param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/dpmAY059TTY&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;"&gt;&lt;/param&gt;&lt;param name="allowFullScreen" value="true"&gt;&lt;/param&gt;&lt;param name="allowscriptaccess" value="always"&gt;&lt;/param&gt;&lt;embed src="http://www.youtube.com/v/dpmAY059TTY&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"&gt;&lt;/embed&gt;&lt;/object&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4776483926839565454-1726324381856635465?l=worxd.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://worxd.blogspot.com/feeds/1726324381856635465/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://worxd.blogspot.com/2010/05/gentelmans-honor.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4776483926839565454/posts/default/1726324381856635465'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4776483926839565454/posts/default/1726324381856635465'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://worxd.blogspot.com/2010/05/gentelmans-honor.html' title='Estranged'/><author><name>al akhtal</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_RpMmS8bi3OA/Sx_ERIaYGgI/AAAAAAAACRU/skjvfY9tmo8/S220/I5w_xNaCCuoALywLvuftKDWsxrZ_J1jWE-UFWvRFg7IfBDCZ4u0u52neqImhEvtB.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4776483926839565454.post-3133257751607928324</id><published>2010-03-22T12:32:00.004+01:00</published><updated>2010-07-05T11:42:03.809+02:00</updated><title type='text'>Ko-ko</title><content type='html'>Luca chiuse la porta dell’appartamento con quattro rapidi giri di chiave. La luce di una nuova giornata grigia filtrava dalle vetrate delle scale. Si voltò e si lanciò rapido sugli scalini che portavano al piano terra. Erano le sei e venti, e lui era perfettamente in orario. Calcolando i tempi di percorrenza dei mezzi che lo avrebbero portato al lavoro, sarebbe arrivato in ufficio puntuale alle otto e mezza.&lt;br /&gt;Si era svegliato incazzato, e sarebbe rimasto tale per tutto il giorno, solo che per abitudine cercava di non pensarci e così non fece caso al fatto che mentre scendeva le scale stava picchiando sul corrimano col pugno chiuso.&lt;br /&gt;Mentre aspettava l’autobus osservò i muri scrostati del palazzo di fronte alla fermata, notò anche il tombino intasato da cui zampillava acqua sudicia che emanava fetore di liquami, e le facce appese del lunedì, provate dalla noia domenicale, scandita da programmi dalla durata esagerata, a cui milioni di italiani consegnano le loro esistenze scialbe sognando sogni che non gli appartengono.&lt;br /&gt;Arrivò al capolinea della metro Battistini, da lì a Termini ci voleva mezz’ora esatta di viaggio, poi avrebbe preso la linea "B" fino a Laurentina e da lì avrebbe atteso per un tempo imprecisato l’autobus che lo avrebbe portato in ufficio, dove lavorava come grafico elettronico. A dispetto di qualsiasi pregiudizio Luca non era il classico “nerd”, aveva un corpo scattante e agile e col tempo aveva imparato a detestare il suo lavoro, che consisteva nel dare forma e sostanza alle illusioni di un’epoca fondata sul primato dell’immagine. Uno dei suoi ultimi incarichi era consistito nella realizzazione di un &lt;em&gt;advertisement&lt;/em&gt; per una ditta di cosmetici, dove si vedeva una donna che come un serpente rompeva la pelle vecchia e rugosa di anziana per rinascere come un’avvenente e desiderabile ventenne. &lt;br /&gt;Mentre stava in piedi nel vagone della metropolitana, pressato come una sardina fra valigette ventiquattro ore e profumi da voltastomaco, osservava un pannello del vagone che penzolava da un lato lasciando intravedere i cavi elettrici. Ogni volta che il treno ripartiva da una stazione, i cavi facevano contatto, emettendo due toni identici alle prime due note dello “Also Sprach Zarathustra” di Strauss. Gli sovvenne di una mano scimmiesca che, brandendo un osso, sbriciolava altre ossa di animali. Ossa su ossa, schegge, colpi e violenza, e poi grugniti e minacce e ancora ossa che frantumano ossa. &lt;br /&gt;Scese a Laurentina, dove una donna lo urtò con forza mandandolo a sbattere contro la scala mobile. La donna non disse “mi scusi” e lui aveva troppo sonno per mandarla a stendere, però la odiò violentemente. Si concesse l’odio nichilista e fine a se stesso che spetta a ogni bravo cittadino, e senza neanche pensarci si portò il suo odio al lavoro, potente odio silenzioso fatto di frustrazione quotidiana, corazza e spada insieme.&lt;br /&gt;Giunto in ufficio strisciò il suo badge, consegnando la propria identità alfanumerica all’anonimo portiere di plastica e silicio collocato all’ingresso. Raggiunse la propria postazione e avviò il sistema operativo. Un tempo, molti anni prima, trovava rassicurante la lucida faccia del monitor, l’interfaccia utente di icone colorate che gli apriva la porta al mondo cristallino delle &lt;em&gt;texture &lt;/em&gt;e dei &lt;em&gt;wire-frame&lt;/em&gt;, ma ormai da tempo si sentiva stanco. Stanco di portarsi dietro quell’ostruzione alla bocca dello stomaco, e quella sensazione di essere alla deriva, alla costante ricerca di un pezzo mancante, lasciandosi trasportare da un’esistenza senza volto.  &lt;br /&gt;- Quello è nuovo? &lt;br /&gt;La voce del collega lo fece riemergere dai suoi pensieri.&lt;br /&gt;- Eh?&lt;br /&gt;- Dico, è nuovo quel livido? – disse Claudio indicando la sua mano.&lt;br /&gt;- Come? Sì, me lo sono fatto ieri sera.&lt;br /&gt;- Thai Boxe?&lt;br /&gt;- Sì, sì…&lt;br /&gt;- Certo che hai un bel coraggio, ma ti sei visto in faccia?&lt;br /&gt;- No… cosa? E poi ti ho detto mille volte di non rompermi i coglioni.&lt;br /&gt;- Senti Luca, io voglio solo farti presente che hai già avuto due richiami per quei lividi del cazzo. Ma perché lo fai?&lt;br /&gt;- Te l’ho spiegato, mi aiuta a restare in contatto con la realtà.&lt;br /&gt;- Senti, e se stasera, usciti di qui, ti portassi…&lt;br /&gt;- Te l’ho detto, lasciami in pace!&lt;br /&gt;- Come vuoi... Senti cazzone, sta arrivando il capo del personale, nasconditi in bagno per un po’.&lt;br /&gt;- Oh cazzo, ma si vede tanto?&lt;br /&gt;- Sì cazzone, ora vai.&lt;br /&gt;La luce del bagno si accese con un tremolio. L’odore acre del disinfettante gli dava il mal di testa. Si guardò allo specchio per la prima volta da quando si era svegliato.&lt;br /&gt;Il naso, che non era mai stato dritto, presentava una marcata curvatura verso sinistra, ed appariva giallognolo. Sullo zigomo destro campeggiava un enorme livido bluastro, mentre la  palpebra dell’occhio destro era viola a causa di un versamento di sangue.&lt;br /&gt;Si guardò le mani sotto le luci al neon, vide che presentavano le consuete escoriazioni sulle nocche e non ci badò. &lt;br /&gt;Mentre osservava la sua faccia massacrata faceva scorrere le dita sulla pelle spingendo un po’ sui lividi. Quando la scarica di dolore gli arrivava al cervello sorrideva, contento di sentirsi vivo. Quello scempio doveva essere il risultato del gancio destro che  ieri l’aveva messo al tappeto. Ricordava ancora l’impatto, il “tac” secco delle nocche contro le ossa craniche, il pugno che gli aveva rimbombato dentro le orecchie, poi le luci forti della palestra e infine la puzza di piedi del tatami. Era rimasto prono a terra per cinque minuti, prima di rialzarsi, ma a lui era sembrato un tempo molto più lungo, in cui si era goduto il cortocircuito delle sue fibre nervose, il piacere derivante dalla scarica di endorfine che lo intontivano, il contatto rassicurante del corpo sulla terra. Poi ricordava la mano dell’avversario che lo aiutava a risollevarsi da terra, le sue labbra che si muovevano forse per articolare qualche parola di scusa. Aveva passato il resto della serata nella sua casa vuota, guardando la televisione che trasmetteva programmi che non lo interessavano. La sua memoria aveva registrato qualcosa come 30-40 spot differenti, di cui due erano lavori suoi, spot che un giorno o l’altro si sarebbero affacciati alla ribalta della sua coscienza, in chissà quale occasione. Magari un giorno, al volante della sua auto, avrebbe detto: “essenze naturali di Ginko Biloba” senza neanche sapere perché. E mentre rimaneva seduto a fissare tutto quel ciarpame, si godeva il piacere delle endorfine dentro il suo cervello, il suo dolore dentro la sua faccia, il suo corpo che era solo suo, e che gli ricordava di essere dolorante, e quindi ancora vivo.&lt;br /&gt;La mattina si era svegliato con un &lt;em&gt;jingle &lt;/em&gt;pubblicitario nella testa, e aveva ascoltato il notiziario. Dicevano che l’economia trainava forte, e che la crisi dei tre anni passati era solo un ricordo. Peccato però che metà dei suoi amici avessero perso il lavoro, in quei tre anni, mentre l’altra metà era scappata all’estero.  Molti cinquantenni si illudevano che i loro bei vestiti e le loro catene d’oro fossero sintomi inequivocabili di benessere, mentre i loro figli precari o disoccupati prendevano d’assalto i centri per l’impiego alla ricerca di lavori con contratti mensili. La realtà picchiava forte agli occhi della gente, ma il paravento costruito in vent’anni di illusioni era duro da abbattere, e la mediocrità diventava ogni giorno di più un valore da promuovere, mentre lui lottava per non farsi narcotizzare dal sogno di qualcun altro. &lt;br /&gt;Molte volte avrebbe voluto piangere: quando si ricordava di quello che lo rendeva triste, quando non ce la faceva più, quando si sentiva solo al mondo. Il primo singhiozzo saliva cupo e sordo su per la gola, ma questo durava solo fino al prossimo cartellone pubblicitario, che spazzava via il pensiero e ricacciava il pianto nello stomaco. Per lo più tutto ciò che si concedeva era l’odio, ma come biasimarlo? La tristezza è un sentimento delicato, che spinge al raccoglimento e alla riflessione, poco adatto alla competitività. &lt;br /&gt;Uscì dal bagno proprio mentre il capo del personale stava tornando al suo ufficio.&lt;br /&gt;Anche se sono il narratore di questa storia non chiedetemi cosa passò nella testa di Luca quando il suo superiore lo redarguì. Non so quale possa essere il &lt;em&gt;clinamen &lt;/em&gt;capace di ribaltare il tavolo del raziocinio, abbattendo il castello di carte dei ruoli e delle convenzioni sociali.&lt;br /&gt;So solamente che Luca allungò un diretto al volto del suo capo, che finì a terra di spalle. In mezzo ai colleghi paralizzati per lo stupore, Luca si sedette in ginocchio a cavallo del torace dell’uomo, e cominciò a colpirlo. Mentre massacrava la sua faccia si udì lo sciacquio delle nocche dentro l’impasto semi-liquido di quella che fino ad un attimo prima era stata una cavità orale. La presenza mentale di Luca era totale come quella di un monaco zen che spazza via le foglie secche dalla soglia del tempio. Finì di devastare accuratamente quello che fino a poco prima era stato un volto, con la pazienza, il metodo e la serenità adatti a comporre un &lt;em&gt;mandala &lt;/em&gt;tibetano. Si accorse di avere il cazzo duro. Pestare a sangue il suo capo era la cosa migliore che avesse mai fatto, ed era orgoglioso perché forse per la prima volta nella sua vita si sentiva un vero uomo, totalmente padrone del suo agire e totalmente disposto ad accettare le conseguenze del suo agire.&lt;br /&gt;Quando i carabinieri lo portarono via e lo fecero sedere all’interno dell’auto, Luca si rilassò contro il sedile. Si addormentò in pochi minuti, con un bel sorriso stampato sulle labbra, mentre le auto tutt’intorno intrecciavano i loro clacson in una distonia straziante.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;object width="480" height="385"&gt;&lt;param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/XE41gfc0Vkw&amp;amp;hl=it_IT&amp;amp;fs=1"&gt;&lt;/param&gt;&lt;param name="allowFullScreen" value="true"&gt;&lt;/param&gt;&lt;param name="allowscriptaccess" value="always"&gt;&lt;/param&gt;&lt;embed src="http://www.youtube.com/v/XE41gfc0Vkw&amp;amp;hl=it_IT&amp;amp;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="480" height="385"&gt;&lt;/embed&gt;&lt;/object&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4776483926839565454-3133257751607928324?l=worxd.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://worxd.blogspot.com/feeds/3133257751607928324/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://worxd.blogspot.com/2010/03/ko-ko.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4776483926839565454/posts/default/3133257751607928324'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4776483926839565454/posts/default/3133257751607928324'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://worxd.blogspot.com/2010/03/ko-ko.html' title='Ko-ko'/><author><name>al akhtal</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_RpMmS8bi3OA/Sx_ERIaYGgI/AAAAAAAACRU/skjvfY9tmo8/S220/I5w_xNaCCuoALywLvuftKDWsxrZ_J1jWE-UFWvRFg7IfBDCZ4u0u52neqImhEvtB.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4776483926839565454.post-6558240669629246072</id><published>2010-02-02T20:40:00.009+01:00</published><updated>2010-02-04T14:59:26.187+01:00</updated><title type='text'>La risata perfetta</title><content type='html'>E’ risaputo, per chi come me ha una passione per tutto ciò che sa d’antico, esotico e incerto, che nel libro “Le praterie d’oro” scritto dallo storico arabo Abu al-Hasan Ali ibn al-Husayn ibn Ali al-Mas'udi, sono raccolti una quantità di fatti riguardanti il mondo antico, prima ancora che il vessillo dell’Islam giungesse a punteggiare le sabbie della penisola araba, sventolando dapprima in accampamenti militari, e poi in città utopiche scaturite dal sogno umano di stabilire un ordine universale su questa terra.&lt;br /&gt;La Baghdad abbaside fu senz’altro un fulgido tentativo di realizzare questo sogno, se è vero, come vi è ragione di credere, che il palazzo califfale dovesse, con le sue mura concentriche a imitazione di quelle dell’antica Babilonia, rappresentare le orbite dei nove pianeti, con carri muniti di fiaccole atti a percorrerne il perimetro, simulando il percorso naturale degli astri sulla volta celeste. Al centro di queste mura si ergeva il palazzo del Califfo, vicario del Profeta, omologo del Sole, fulcro delle umane esistenze.&lt;br /&gt;Al-Mas'udi fu probabilmente l’incarnazione stessa di questa sfavillante civiltà, e se è vero come è vero che quest’ultima nutrì il suo intelletto avido di conoscenza, bisogna riconoscere all’uomo di aver ripagato non solo la sua patria, ma il mondo intero, per le fortune che gli toccarono in sorte. Filologo secondo il costume di allora, egli era pure avvezzo ai testi filosofici di Platone e Aristotele, Al Farabi e al Razi, alla scienza medica di Galeno, alla matematica dell’ India e all’astronomia di Tolomeo. Ebbe anche modo di percorrere i quattro angoli del globo, giungendo forse fino alla Cina e allo Sri Lanka, raccogliendo quanto più poté dei costumi e del genio dei popoli da lui visitati, per poi far dono alla memoria dell’umanità di quel suo testo così pieno di meraviglie tale da insinuare il sospetto dell’inattendibilità nella mente di storici poco preparati.&lt;br /&gt;La fortuna, o il caso, ha voluto che mi imbattessi in un antico incunabolo rinvenuto tra le sabbie del Mali, che dopo attento esame è risultato da attribuirsi senz’altro alle “Praterie d’oro” dell’illustre dotto arabo, e che potrebbe andare ad arricchire la sua opera di nuove importanti pagine, che riportano, attraverso le parole d’un ignoto viaggiatore, i fatti di un popolo collocato da qualche parte oltre il fiume Oxus, oggi noto come Amu Darya, nell’attuale Turkmenistan. Dalle antiche cronache è facile immaginare come suddetto fiume dovesse rappresentare per le arabe genti un confine ancor più invalicabile delle nostrane Colonne d’Ercole, poiché superato il corso dell’Oxus il viandante avrebbe trovato a nord le gelide steppe della Russia, mentre a est avrebbe dovuto superare montagne asprissime e aride, per poi giungere all’orrido deserto del Taklamakan, il cui nome significherebbe, secondo il popolo uiguro, “se entri non ne esci più”. E’ per il valore simbolico di questo limite dunque, che sarebbe perlomeno avventato tentare di tracciare una mappa dei luoghi descritti all’interno di quelle pagine, e umilmente affidarci al ricordo e alla saggezza del grande studioso arabo. &lt;br /&gt;Al Mas’udi riporta dunque le parole d’un viaggiatore, il cui nome rimane un enigma  filologico, che descrive la sua esperienza in quanto segue:&lt;br /&gt;“Partendo da un accampamento nei pressi di Tashkent, e dopo aver consultato i cieli, seguimmo il percorso in direzione della costellazione del Toro. Con Aldebaran a farci da guida marciammo per sette mesi e cinque settimane verso il Levante, finché giungemmo presso un popolo eccelso nell’arte divinatoria, tanto che la loro civiltà tutta si basa su un oracolo in forma di libro. All’interno delle sue pagine non vi è una sola lettera, ma solamente simboli composti da trigrammi che paiono governati da una loro logica sfuggente. La copertina di questo libro è costituita da due tavole coperte di piccoli specchi, disposti in maniera tale da frammentare il riflesso di ciò che vi si trova davanti, così che chi si accostasse all’oracolo per conoscere il futuro, vedrebbe nel primo specchio il riflesso della propria incertezza, e nel secondo quello del proprio sgomento.&lt;br /&gt;A questo proposito intendo riportare una vicenda che riguarda un antico re di quelle terre: si narra che questi volesse muovere guerra alle riottose tribù nomadi che circondavano i suoi territori, in modo da riunirli tutti sotto l’imperio della pace e dell’ordine, ma che temesse di fallire nell’impresa. Convocò dunque il più sapiente tra i suoi magi, affinché interrogasse l’oracolo. Disse il re: debbo muovere guerra alle tribù della steppa per garantire la pace per noi e per i nostri figli. Rispose il mago: consulta dunque l’oracolo, così che tu possa trovarvi la tua vittoria.&lt;br /&gt;Il re fece quanto gli era stato detto,  preparò le truppe e convocò i generali, ma al momento di partire lo frenò il dubbio. Chiamo a sé il mago una seconda volta, dicendogli: In verità io scorgo il fallimento dietro i miei intenti. Rispose il mago: consulta dunque l’oracolo, così che tu possa trovarvi la tua sconfitta.&lt;br /&gt;Il re fece quanto gli era stato detto, sciolse le truppe e congedò i generali, ma nel giro di pochi mesi le sue città vennero invase e saccheggiate dalle tribù dei nomadi. Convocò così il mago per la terza volta, e gli disse: Io voglio essere ricordato per aver portato la pace su questa terra. Rispose il mago: consulta dunque l’oracolo per tutto il tempo che ti servirà, e saprai esattamente cosa fare. &lt;br /&gt;Passarono i mesi e gli anni, mutarono perfino le costellazioni sulla volta celeste, ed infine il re scese in guerra contro i suoi nemici. Le sue truppe furono sconfitte, e lui stesso morì in battaglia, ma si dice che quando morì, fosse l’uomo più felice e più saggio del mondo.&lt;br /&gt;Domandai quale fosse il significato di questa storia, e mi risposero: i padri dei nostri padri, centinaia di anni orsono, vollero creare questo oracolo che il mondo intero ci invidia, perché esso è la risposta a ogni domanda, la chiave di volta del decreto celeste, l’intensione di ogni estensione. Ma le ere passarono e oscurarono la vera ragione per cui l’oracolo fu creato, così che oggi la nostra gente spende la propria vita a cercare di interpretarne i simboli arcani per carpire il segreto della creazione, eppure ancora moriamo per le malattie, la fame, le carestie, la tristezza.&lt;br /&gt;In verità l’oracolo non dà risposte. E’ un sistema di segni che suggerisce la logica ma che non predica nulla. Esso fu concepito assurdo a imitazione del creato, per adulare la mente dell’uomo e condurla alla frustrazione. Solo quando cadono gli schemi si può arrivare alla risata perfetta, che fa vibrare il cuore stesso dell’esistenza. Solo in questo senso, l’oracolo contiene davvero tutte le risposte.”&lt;br /&gt;Così parlò il viaggiatore. E così termina lo scritto di al-Mas’udi.&lt;br /&gt;Da allora molto è cambiato, l’antica Baghdad giace sotto la sabbia, vecchi sogni foggiano nuovi gioielli, e altra sapienza attende, chissà dove, di essere portata alla luce, mentre l’oblio ricopre le scoperte più recenti. L’uomo continua a stendere la sua rete bucata sul mondo per acchiappare il senso dell’essere, mentre l’assurda natura di ogni cosa resta indifferente ai suoi sforzi. Quanto a me, sono ormai prigioniero della mia stessa rete, incapace di cogliere alcunché se non attraverso le parole dei libri, percorrendo a ritroso le strade del tempo per cercare di capire il presente, perennemente alla ricerca del senso, sempre fuorviato dalla lingua, nel frattempo ho dimenticato me stesso, il suono della mia stessa voce.&lt;br /&gt;A chi di voi abbia ancora il coraggio di sentire, io dedico questo mio scritto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;object width="425" height="344"&gt;&lt;param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/MvGYaGAJRRA&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;"&gt;&lt;/param&gt;&lt;param name="allowFullScreen" value="true"&gt;&lt;/param&gt;&lt;param name="allowscriptaccess" value="always"&gt;&lt;/param&gt;&lt;embed src="http://www.youtube.com/v/MvGYaGAJRRA&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"&gt;&lt;/embed&gt;&lt;/object&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4776483926839565454-6558240669629246072?l=worxd.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://worxd.blogspot.com/feeds/6558240669629246072/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://worxd.blogspot.com/2010/02/la-risata-perfetta.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4776483926839565454/posts/default/6558240669629246072'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4776483926839565454/posts/default/6558240669629246072'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://worxd.blogspot.com/2010/02/la-risata-perfetta.html' title='La risata perfetta'/><author><name>al akhtal</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_RpMmS8bi3OA/Sx_ERIaYGgI/AAAAAAAACRU/skjvfY9tmo8/S220/I5w_xNaCCuoALywLvuftKDWsxrZ_J1jWE-UFWvRFg7IfBDCZ4u0u52neqImhEvtB.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4776483926839565454.post-5259806163800055019</id><published>2009-12-09T15:40:00.001+01:00</published><updated>2009-12-09T15:44:02.675+01:00</updated><title type='text'>Pour se prendre au piège.</title><content type='html'>E’ andata via la luce. Un’altra volta.&lt;br /&gt;Saranno sì e no le sei di sera, resto a fissare lo schermo nero del mio portatile, dove stavo lavorando alla traduzione di alcuni racconti dall’arabo. Riesco a distinguere appena i contorni argentati del desktop nell’oscurità. Mi alzo, getto un’occhiata dalla finestra per capire se è rimasta al buio solo sharia al-qiyade o se manca la luce in tutto il quartiere. &lt;br /&gt;Accendo la candela che ho fissato sul fondo di un piattino sciogliendo la base di cera. Una lieve corrente d’aria filtra attraverso il vetro rotto della finestra facendo guizzare la fiamma. Le ombre danzano nella stanza, mentre resto seduto a fissare la parete. La casa è avvolta nel silenzio. So che il black-out può durare dai dieci minuti a diverse ore, e mi accorgo di quanto la mia vita sia dipendente dall’utilizzo di apparecchi elettrici. I primi tempi che stavo a Sanaa non sapevo cosa fare quando andava via la corrente, poi una sera sono uscito a comprare le sigarette e mi sono accorto di quanto fosse bella la città avvolta nell’oscurità. Da quella volta approfitto di queste occasioni per dedicarmi alla mia “deriva situazionista”, che in un linguaggio umano significa “passeggiata senza meta”. Non riesco nemmeno più a nominare una semplice passeggiata senza caricarla di significati accessori. Simboli, parole, referenti, una rete inestricabile di significati da cui cerco di scappare semplicemente fissando una parola sulla pagina abbastanza a lungo da trasformarla in un segno inintelligibile, perfettamente vuoto. Alle volte, quando lavoro su una traduzione, mi sembra che i fogli davanti a me siano pieni di segni assurdi, lasciati da qualche civiltà aliena, come l’alfabeto dei Klingon nella serie Star Trek. &lt;br /&gt;Infilo il giaccone, mi aggiusto lo scialle sulla testa, spengo la candela ed esco. Rischio di rovinare sugli stretti scalini scivolosi del palazzo, attraverso la porticina cigolante e sono per strada. &lt;br /&gt;Tutto il quartiere è sprofondato nel buio, alzo la testa per guardare il cielo, non trovo la luna e mi rendo conto perché è così tanto buio. Per me “notte senza luna” era sempre stata solo un’espressione, di quelle che si leggono nei racconti di paura, del tipo: “Era una notte senza luna e strani fuochi bruciavano sulle colline”, alla Lovecraft. Adesso è una realtà, quando non c’è luna è tutto maledettamente buio, tanto che non riesci a distinguere il volto di una persona neanche se ce l’hai a un centimetro dal naso. Mi incammino lungo la stradina lastricata, ai lati della via scorgo le sagome di vecchi accucciati nell’ombra e se tendo le orecchie riesco a percepire il rumore che producono le loro bocche mentre ciancicano le foglie di qat. E’ un rumore morbido, umido, rilassante.“Salam aleykum” dice qualcuno nell’oscurità, non so se ce l’ha con me, ma per educazione rispondo. Un altro “Salam aleykum” giunge dal lato destro, stavolta riconosco la voce: è Muhammad, il ragazzo della bottega. Non avrò fatto cinquanta metri che avrò detto sei o sette “aleykum salam”. Davanti a me sento le strisciate di un pallone sul selciato, alcuni bambini giocano noncuranti del buio, vicino a un giardino chiuso in cui di giorno si possono vedere splendide buganville fucsia. &lt;br /&gt;Mi dirigo verso la Sailah, il letto del wadi all’interno del quale gli ingegneri cinesi hanno costruito la strada che taglia a metà il centro storico, e che quando soffia il monsone portando le piogge tropicali si allaga fino alla cima. Mentre cammino mi capita di urtare delle persone, altre volte qualcuno urta me. Quando va via la luce la gente parla a voce più bassa, non so perché, ma anche io preferisco il silenzio e non ho voglia di parlare. Nell’oscurità brillano luci attraverso le finestre dai vetri multicolori: rossi, verdi, blu e gialli. Arrivato alla Sailah trovo il solito traffico congestionato con automobili che strombazzano e appestano l’aria con gas di scarico venefici. Attraverso il ponte che collega le due metà della città più in fretta che posso e mi ritrovo dall’altra parte. Prendo una strada a caso tra le tante viuzze che si diramano nel centro storico. Non ci sono molte persone in giro, qualcuno cammina usando il cellulare per rischiarare la strada e non inciampare in qualche tubatura scoperta o in una buca, mentre altri scivolano via nell’oscurità furtivi, come se fossero ombre a loro volta. Una vecchia signora procede con passo cadenzato, dondolando sulle anche, mentre un uomo pare trascinare la gamba destra aiutandosi con entrambe le mani.&lt;br /&gt;“Ya Hameeeeed!” grida un ignoto passante, che evidentemente sta cercando Hamed. Una capra bela dalla cima di un tetto. Le case di Sanaa, con le loro forme squadrate, al buio somigliano a tante tombe, oppure al misterioso monolite di “2001 odissea nello spazio”. Mi chiedo perché debba pensare proprio a delle lapidi, mentre affondo i pugni nel vecchio giaccone.&lt;br /&gt;Alle volte, nell’oscurità, si vedono delle botteghe illuminate da poche candele, mentre il proprietario se ne sta accoccolato in un angolo per proteggersi dal freddo, masticando foglie di qat. Mi tornano alla memoria i dipinti di Caravaggio, rimasugli della mia istruzione superiore, qualche commento del professore a proposito della tecnica luministica. Cammino nel buio, e mi accorgo di non vedere. Cammino nel buio, e mi accorgo di non sapere. La mia testa è piena di scene, di parole già dette, di aspettative, commenti e fraintendimenti. Dentro di me ci sono secoli di storia orientale scritta da europei, fatta di parole, simboli e pregiudizi. Mi dico che sono qui e che sto esistendo qui ed ora in questa realtà, per esserci, per viverla, mi dico che questa realtà fa parte di me, eppure sento qualcosa che mi sfugge, che non riesco a descrivere, a condividere, a conservare. &lt;br /&gt;Mi guardo attorno e mi accorgo che mi sono perso.&lt;br /&gt;Sono uscito dalla città vecchia e mi trovo in un punto imprecisato della città. Aspetto un tassì sul bordo della strada. Immediatamente un’auto bianca con la familiare striscia gialla sulla fiancata si ferma a pochi metri da me. Salgo e contratto subito il prezzo per “sharia al qiyade davanti all’hotel Sam”. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando scendo dall’auto la luce è tornata nel quartiere. Vedo l’insegna del sarto sotto casa mia. Attraverso la vetrina il ragazzo mi vede arrivare, sorride e mi saluta con un cenno della mano.&lt;br /&gt;Sorrido, penso che mi fermerò a fare due chiacchiere.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4776483926839565454-5259806163800055019?l=worxd.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://worxd.blogspot.com/feeds/5259806163800055019/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://worxd.blogspot.com/2009/12/pour-se-prendre-au-piege.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4776483926839565454/posts/default/5259806163800055019'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4776483926839565454/posts/default/5259806163800055019'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://worxd.blogspot.com/2009/12/pour-se-prendre-au-piege.html' title='Pour se prendre au piège.'/><author><name>al akhtal</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_RpMmS8bi3OA/Sx_ERIaYGgI/AAAAAAAACRU/skjvfY9tmo8/S220/I5w_xNaCCuoALywLvuftKDWsxrZ_J1jWE-UFWvRFg7IfBDCZ4u0u52neqImhEvtB.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4776483926839565454.post-3999057307211132344</id><published>2009-11-18T21:25:00.002+01:00</published><updated>2010-02-21T20:20:14.371+01:00</updated><title type='text'>Evenflow</title><content type='html'>“Ho scelto di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica, perché non voglio vivere in un paese illiberale governato da forze immature e da uomini legati a doppio filo a un passato politicamente ed economicamente fall…”&lt;br /&gt;La tivù si spense con un sibilo. Gettò lontano il telecomando, che rimbalzò sullo schienale del divano finendo a terra. Percorse la stanza intera con lo sguardo, nauseato. L’occhio gli cadde sul posacenere stracolmo di cicche, che appestava l’aria con la puzza di cenere e nicotina. In mezzo ai tanti filtri gialli di sigarette si accorse di aver lasciato una mezza canna. Si allungò sul divano per raggiungere il posacenere, prese la canna e se la accese. Si sprigionò il caratteristico odore di paraffina e haschisch. &lt;br /&gt;“Fumo di merda” pensò, e poi: “meglio di niente.”&lt;br /&gt;Si alzò dal divano, voleva mettere della musica. Si mise a scartabellare in mezzo alle dozzine di CD che riempivano lo scaffale dell’armadio, aveva sempre quel senso di ansia che gli opprimeva la bocca dello stomaco, e l’insoddisfazione per tutto.&lt;br /&gt;Rammstein, Black Sabbath, HIM, Nirvana, Can, Soundgarden, Pantera, Placebo, Pearl Jam… “mmmh, Pearl Jam…”&lt;br /&gt;Soffiò una boccata di fumo marroncino, osservò le spire arricciarsi nell’aria per poi arrampicarsi su per la tenda e scomparire. “Pearl Jam…”&lt;br /&gt;Certo c’era la versione di latino da finire, e poi i compiti di inglese, ma per quelli avrebbe improvvisato le risposte dal posto, la vecchia non si alzava mai dalla cattedra e, per par condicio, non faceva mai alzare gli studenti; quanto alla versione di latino l’avrebbe copiata prima della campanella facendo il simpatico con quella stronza di Giovanna, che sì gli avrebbe rotto i coglioni ma poi lui avrebbe detto qualcosa che l’avrebbe convinta e quindi a posto.&lt;br /&gt;Certo poi pensava sempre a lei, alla ragazza che gli piaceva e che non poteva importargliene di meno (a lei, ben inteso) e che si chiedeva come si fa a convincere qualcuno di una cosa che non gli interessa, bisognerebbe inventare un apparecchio per entrare nel cervello della gente, ma poi alla fine la colpa era la sua perché forse qualcosa avrebbe potuto farlo, ma che ci poteva fare se appena le si avvicinava si sentiva completamente in balia del suo corpo e delle sue sensazioni e non riusciva mai a dirle ciò che provava davvero?&lt;br /&gt;D’altra parte non riusciva a parlarne nemmeno con i suoi, come non era mai riuscito a parlare di un bel niente con i suoi, che non c’erano mai. Quando sua madre non lavorava andava a giocare a tennis, che era come dire che andava a fottersi il dentista. Quando tornava aveva sempre qualche abito nuovo, una stronzata, qualche accessorio. “Sono passata in centro” diceva.&lt;br /&gt; Suo padre fotteva soldi alla banca e ci comprava le moto che gli permettevano di scappare dal confronto con sua moglie. La loro unione era ben rappresentata dalla foto del matrimonio, col vetro frantumato e la cornice rotta rabberciata con lo scotch.&lt;br /&gt;Accese la tivù, ma senza sonoro, chissà magari facevano qualcosa, così poi spegneva la musica e guardava la tivù, ma per ora non c’era un cazzo, quindi si fumava il suo cannone.&lt;br /&gt;Il disco era partito da un pezzo, mentre seguiva sul cinque le immagini mute di ragazzi che si cimentavano in ballo, canto e recitazione, il pubblico li criticava e poi prendevano a lanciarsi invettive. Dalle bocche spalancate e dai lineamenti contratti stavano sicuramente litigando. Sul due &lt;br /&gt;c’era il papa che parlava, che probabilmente diceva che i gay distruggono la famiglia italiana, sul tre c’era una di quelle fighe pazzesche per la pubblicità di un profumo. Se la stava mangiando con gli occhi. Certo, il successo. Il successo ti dà questo e quest’altro, ma un giorno, chissà quando, l’avrebbe trovato il successo. Chissà quando, un giorno. Il futuro per lui era sempre qualcosa di là da venire, sempre una speranza di fare qualcosa di grande, un sogno troppo sfrenato per poter essere anche solo nominato, mai consapevolizzato, tutto cuore e niente cervello, col suo cuore ci si schermiva, col suo cuore aggrediva, lanciandolo contro la vita, il suo cuore messo a nudo, così fragile e così forte, e cazzo se ce la faceva, solo col suo cuore, a nuotare controcorrente, noia costante e una rabbia micidiale. C’erano momenti in cui avrebbe voluto gridare, gridare così forte da sfondare i muri, spianare le montagne, scuotere la terra. Ma poi alla fine non gridava mai, perché poi i vicini chissà cosa pensano, e allora gridava dentro un cuscino, soffocando le sue urla, ma poi gli faceva male la gola per la foga, e restava svuotato, a vagare per casa, rimbalzando contro i muri come quegli insetti sul vetro della finestra. Allora poi usciva, così svuotato, prendeva la macchina e se ne andava da qualche amico, che trovava annoiato come lui, col quale ascoltavano musica di gente arrabbiata come loro, o guardavano film da togliere l’appetito.&lt;br /&gt;Il più delle volte però restava a casa, e si accendeva una canna, poi magari una seconda, poi magari appicciava un “tubo” e restava sdraiato sul divano, ascoltando musica, saltando sulle note mentre quelle gli scorrevano sotto i piedi, sempre avanti, verso la fine del pezzo. Talvolta, su quelle strade fatte di note, gli capitava di incontrare della gente, animali, creature fantastiche, ma non si soffermava mai a interagire con loro, continuava a correre sul flusso della musica, sempre avanti, verso la fine del pezzo. Però quando il pezzo finiva, gli si apriva davanti una voragine nera, lui spiccava un salto e cadeva giù… giù… Sai, no? &lt;em&gt;When the music’s over, turn out the light…&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Quando cadeva provava una sensazione di tepore mista a torpore, un po’ anestetizzato, pronto ad atterrare nuovamente sul suo divano, pronto per la cena, pronto per la scuola, pronto per gli amici, pronto per la vita.&lt;br /&gt;Il disco era terminato. Aprì gli occhi lentamente, si accorse che il televisore era ancora acceso. Lasciò cadere la mano dal suo grembo al suo fianco, prese il telecomando e alzò il volume:&lt;br /&gt;“i quattro, dopo aver attirato la ragazza in un capannone, l’hanno picchiata e poi ripetutamente stuprata. I ragazzi, tutti quindicenni, saranno ascoltati dal tribunale dei minori. Ma sentiamo il colonnello dei Carabinieri: - Erano ragazzi normali, provenienti da famiglie normali, nulla poteva lasciar presagire l’accaduto. Che posso dire… normali, ragazzi normali…”&lt;br /&gt;Normale. &lt;br /&gt;Noia costante.  &lt;br /&gt;E una rabbia micidale.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4776483926839565454-3999057307211132344?l=worxd.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://worxd.blogspot.com/feeds/3999057307211132344/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://worxd.blogspot.com/2009/11/evenflow.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4776483926839565454/posts/default/3999057307211132344'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4776483926839565454/posts/default/3999057307211132344'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://worxd.blogspot.com/2009/11/evenflow.html' title='Evenflow'/><author><name>al akhtal</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_RpMmS8bi3OA/Sx_ERIaYGgI/AAAAAAAACRU/skjvfY9tmo8/S220/I5w_xNaCCuoALywLvuftKDWsxrZ_J1jWE-UFWvRFg7IfBDCZ4u0u52neqImhEvtB.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4776483926839565454.post-8259424599814455122</id><published>2009-09-09T22:51:00.004+02:00</published><updated>2009-09-09T23:03:28.101+02:00</updated><title type='text'>Tarantino docet.</title><content type='html'>Ok, ecco due righe per raccontare un’ esperienza davvero assurda.&lt;br /&gt;Me ne stavo tornando da Avigliana, sei ore di viaggio senza contare il cambio di treno a Milano. Giunto alla stazione Termini arraffo i miei pesantissimi bagagli e vado a prendere la Metro, che dopo un’altra mezz’ora mi lascia alla stazione Cornelia, periferia Ovest di Roma. Esausto accantono l’idea di prendere l’autobus fino a casa e aspetto un Taxi. Quello arriva, lo fermo e dall’auto scende il conducente: un tipo magro, pelato e con due occhietti azzurri vivaci. Mi aiuta con le valigie, entro in macchina, e subito scopro che è anche un tipo molto loquace: “Non crederai a quello che ho visto” mi fa. Immagino che mi voglia raccontare di qualche celebrità che ha trasportato e delle indiscrezioni che la suddetta celebrità si sarebbe lasciata scappare, un tipo di storielle che agli autisti capitolini piace raccontare.&lt;br /&gt;“Lo so che non ci crederai, ma senti che roba. Hai presente il tappo per la vasca da bagno, quello che si infila nel buco e poi va su e giù?”&lt;br /&gt;“Penso di sì”&lt;br /&gt;“Beh, ho portato una donna con la figlia, di ritorno dall’ospedale perché la ragazza è scivolata nella vasca e cadendo le si è infilato il tappo, dalla parte del coso di metallo, nel culo! Proprio nel buco del culo!”&lt;br /&gt;Bene, niente storie sulla Carrà, Renato Zero, o Totti “che è proprio ‘n bravo ragazzo”, solo un feticista dei culi. Bene… &lt;br /&gt;Rispondo:&lt;br /&gt;“Ah ah, ma dài, è pazzesco!”&lt;br /&gt;“Te l’ho detto che era incredibile, fatto sta che tornavano dall’ospedale, e la ragazza, davvero bellissima, sui diciotto anni, portava un vestito leggerissimo, di lino. Le si vedevano le cosce e… cazzo! Non ho pensato di dare una sbirciatina perché sicuramente non portava le mutande. Però poveretta, si vedeva che era sofferente, perché poi il tappo l’ha lacerata capito? C’è stata la lacerazione,(pronuncia “lacerazione” col tono autorevole di un chirurgo luminare) non è che è entrato dritto, perché allora bastava toglierlo con le mani, però era veramente bella. (sguardo sognante) Magari aver dato una sbirciatina, non portava nemmeno le mutande!”&lt;br /&gt;Faccio un sorriso stentato, di uno che ha capito l’occasione mancata. Cerco di consolarlo:&lt;br /&gt;“Peccato, magari la prossima volta.”&lt;br /&gt;“Lo so che non ci credi, ma ti giuro sui miei figli” estrae dal calzino (!) il portafogli mostrandomi la foto di due ragazzi “che sono loro quindi esistono, che è vero!”&lt;br /&gt;“No, certo, ha dell’incredibile, ma possono capitare ‘ste cose” &lt;br /&gt;Nonostante la stanchezza cerco di stare al gioco e fingermi interessato. Nel frattempo ripenso a tutte le leggende metropolitane di gay a cui vengono trovate lampadine, cetrioli e limoni nel culo. Questa però era più carina perché rappresentava una variante in cui la sventurata vittima col retto vulnerato era una bellissima ragazza. Mi consolo considerando la fortuna di aver incontrato un così simpatico pazzoide. (A quali magre consolazioni ci spingono talvolta gli eventi!)&lt;br /&gt;“Lo sai che una volta hanno accoltellato uno al culo?”&lt;br /&gt;“Non mi dire...”&lt;br /&gt; “Un hooligans. (prego notare la “s” N.d.A) L’ho caricato vicino allo stadio, portava un asciugamano in vita perché si vede che i pantaloni glieli avevano tolti, sai… tutti sporchi di sangue. Insomma quando l’ho visto ho pensato  -  cazzo, vuoi entrare qui dentro? - si è spiegato come poteva, era inglese, e l’ho portato all’ospedale…”&lt;br /&gt;“Ah ah, ma tu pensa i casi della vita.”&lt;br /&gt;Involontariamente la mia risata esprime il più totale distacco. Lui se ne accorge e modera i toni.&lt;br /&gt;“Si vabbé, c’è una cosa che… non posso nemmeno raccontare, dopo la prima, la seconda…”&lt;br /&gt;“No dài, dimmi, oramai sono interessato”&lt;br /&gt;Vuoi fermarti proprio ora? Fammi vedere quanto le spari colossali...penso tra me e me.&lt;br /&gt;“Una sera ho caricato uno per strada, come te adesso, alla veloce, e non mi dice che una volta ha accoltellato uno nel culo? -Cazzo è lui- ho pensato… Ho caricato quello che aveva accoltellato l’hooligans! Ti rendi conto? Ho portato l’hooligans… e il tipo che l’aveva accoltellato al culo!”&lt;br /&gt;“Eh eh … tante storie di culi. Siamo arrivati, grazie!”&lt;br /&gt;Lo faccio fermare nel parcheggio antistante casa, pago e scendo. Mi fa pure uno sconto per non aver voluto la ricevuta. Prezzo onestissimo, cosa rara coi tassisti, ma per evitare di farmi fare una rettoscopia con la matita, rifiuto la sua proposta di aiutarmi a portare le valigie a casa...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_RpMmS8bi3OA/SqgWfFe-klI/AAAAAAAACO8/n_e22MOjxSs/s1600-h/1.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 240px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_RpMmS8bi3OA/SqgWfFe-klI/AAAAAAAACO8/n_e22MOjxSs/s320/1.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5379574478197920338" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4776483926839565454-8259424599814455122?l=worxd.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://worxd.blogspot.com/feeds/8259424599814455122/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://worxd.blogspot.com/2009/09/tarantino-docet.html#comment-form' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4776483926839565454/posts/default/8259424599814455122'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4776483926839565454/posts/default/8259424599814455122'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://worxd.blogspot.com/2009/09/tarantino-docet.html' title='Tarantino docet.'/><author><name>al akhtal</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_RpMmS8bi3OA/Sx_ERIaYGgI/AAAAAAAACRU/skjvfY9tmo8/S220/I5w_xNaCCuoALywLvuftKDWsxrZ_J1jWE-UFWvRFg7IfBDCZ4u0u52neqImhEvtB.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_RpMmS8bi3OA/SqgWfFe-klI/AAAAAAAACO8/n_e22MOjxSs/s72-c/1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4776483926839565454.post-6615666938510378550</id><published>2009-09-01T00:15:00.006+02:00</published><updated>2010-02-21T20:21:04.709+01:00</updated><title type='text'>Enjoy the silence</title><content type='html'>Fermò l’automobile sul piazzale davanti casa. Spense l’autoradio facendo piombare l’abitacolo nel silenzio della strada addormentata. In lontananza si sentivano le urla di alcuni ragazzi che facevano a botte. Da un punto imprecisato giungeva un rumore come di motore o di mantice che sbuffa. Lo trovava inquietante perché sembrava il suono industriale che si sente in alcune sequenze del film &lt;em&gt;eraserhead&lt;/em&gt; di David Lynch.&lt;br /&gt;Prese l’ascensore ed entrò in casa. Puzzava di chiuso e di broccoli, probabilmente la cena dei vicini. Uno , due, tre, quattro: contava mentre faceva scendere la serranda del soggiorno.&lt;br /&gt;Percorse il lungo corridoio che portava al bagno, si tolse la maglietta e si sciacquò il corpo con vigore.&lt;br /&gt;Aveva ancora negli occhi le lunghe strade deserte della periferia, sulla Casilina. I casermoni abbandonati, le discariche, gli enormi centri commerciali che sembravano architetture aliene dimenticate e incomprensibili, senza tutta la gente che faceva ressa nei parcheggi con carrelli e ragazzini e buste della spesa. Le luci in lontananza, strade che si perdevano tra i vicoli delle borgate, il freddo di Novembre.&lt;br /&gt;Non aveva mai capito se fossero quelle strade vuote, a trasmettergli il senso di solitudine, o il tornare nella casa silenziosa a quell’ora della notte.&lt;br /&gt;Mentre si asciugava le spalle si punse un dito contro un pelo che doveva essere molto spesso. Cercando di guardarsi la schiena nello specchio lo tirò con forza. Provò un dolore lancinante che lo fece accasciare sul lavandino. Si accorse che aveva le dita sporche di sangue, si era fatto un male tremendo.&lt;br /&gt;- puttana miseria – pensò tra sé e sé.&lt;br /&gt;Tornò a osservare quello che aveva fatto, e fu allora che si accorse del taglio. Uno squarcio che partiva dal punto in cui aveva tirato quel pelo maledetto e che attraversava la spalla, giungendo fin quasi alla clavicola.&lt;br /&gt;Si sentì mancare, non aveva mai sopportato la vista del sangue, e in generale provava orrore per la materialità organica del corpo, atteggiamento che aveva determinato la scelta di vivere confinato nella sua testa, utilizzando il corpo come utensile per trasportarsi e permettere alla testa di circondarsi delle cose di cui aveva bisogno: cibo,lavoro, amici, libri, film, droghe.&lt;br /&gt;Rimase alcuni istanti seduto sulla tazza del cesso, cercando di riprendersi e razionalizzare l’accaduto: non era un pelo, sembrava come se avesse tirato un filo sottopelle, o meglio un po’ più a fondo nella carne, che partiva dalla schiena e arrivava alla clavicola. Si rialzò e si rimise davanti allo specchio. Titubante avvicinò la mano a quello che sembrava essere un filo spesso, come di nylon. Tirò leggermente. Sembrava che dalla clavicola continuasse a scendere, percorrendo chissà che genere di percorso dentro al suo petto. Si sedette di nuovo pensando sul da farsi, schifato dal sangue e allibito da quella bizzarra scoperta.&lt;br /&gt;Chissà come dagli anfratti della memoria emerse il ricordo del trenino con cui giocava da bambino. Una piccola locomotiva bianca che camminava con una molla azionata da dischi dentati, ognuno che faceva una musichetta diversa. Si ricordò un tappeto, delle statue in un soggiorno enorme e poco illuminato.&lt;br /&gt;Tirò il filo ancora un poco, e questo venne via tracciando una linea slabbrata e vermiglia sul suo petto. Rimase piegato in due dal dolore, la testa appoggiata alle ginocchia. Chissà come ricordò, o credette di ricordare, una scala antincendio seminascosta nella nebbia, forse fuori da un grande magazzino, odore di cuoio, luci da qualche parte.&lt;br /&gt;Ormai si stava chiedendo, mentre cercava di sopportare il bruciore nella sua carne, da dove e perché riaffiorassero questi che sembravano ricordi di un tempo vissuto e chissà come sepolto da qualche parte.&lt;br /&gt;Stordito dal dolore, allucinato, stupito e curioso tirò ancora quella specie di filo, più lentamente. Si ricordò di uno sgabuzzino buio, e di lui che picchiava sulla luce interna con un ombrello, nella speranza di riuscire ad accenderla. Ricordava l’angoscia e il freddo, il panico e il terrore autentico. Continuando a seguire quel tracciato nascosto tra pelle muscoli e ossa, altre memorie, incubi e sogni si affacciavano sulla ribalta della sua coscienza, in un susseguirsi di immagini e di sensazioni. Stanze da cui si affacciavano volti contratti, smorfie orrende e figure che gesticolavano in maniera aritmica e innaturale. Si trovava ormai su percorsi improbabili, oscuri, a malapena intelligibili, immersi in un buio lattiginoso e denso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo alcuni giorni la vicina di casa, notando che le tapparelle erano chiuse da giorni, e pensando che il ragazzo fosse via, entrò in casa sua per annaffiargli le piante. Un favore reciproco che si scambiavano quando uno dei due si allontanava da casa per andare a stare da amici e parenti.&lt;br /&gt;Al puzzo di chiuso si sommava un altro fetore, infinitamente più pungente e insopportabile, misto a odore di ferro. Notò che in bagno era rimasta la luce accesa. Percorse il lungo corridoio coi suoi passi lenti di vecchia, soppesando quell’odore col cuore e con lo stomaco, più che con le narici. Quando aprì la porta vide sangue dappertutto, il corpo del giovane, ormai irriconoscibile, giaceva spaccato a brandelli ovunque.&lt;br /&gt;Prima di svenire ebbe solo il tempo di riconoscere la sua testa staccata dal collo, riversa su un lato, che con occhi terribili e spalancati la fissava, mentre le labbra ormai mute, private dell’ausilio dei polmoni e della laringe, tracciavano il loro ultimo, disperato messaggio:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A – I – U – T – O .&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;object width="425" height="344"&gt;&lt;param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/5Qc3Atej8JE&amp;hl=en&amp;fs=1&amp;"&gt;&lt;/param&gt;&lt;param name="allowFullScreen" value="true"&gt;&lt;/param&gt;&lt;param name="allowscriptaccess" value="always"&gt;&lt;/param&gt;&lt;embed src="http://www.youtube.com/v/5Qc3Atej8JE&amp;hl=en&amp;fs=1&amp;" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"&gt;&lt;/embed&gt;&lt;/object&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4776483926839565454-6615666938510378550?l=worxd.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://worxd.blogspot.com/feeds/6615666938510378550/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://worxd.blogspot.com/2009/09/enjoy-silence.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4776483926839565454/posts/default/6615666938510378550'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4776483926839565454/posts/default/6615666938510378550'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://worxd.blogspot.com/2009/09/enjoy-silence.html' title='Enjoy the silence'/><author><name>al akhtal</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_RpMmS8bi3OA/Sx_ERIaYGgI/AAAAAAAACRU/skjvfY9tmo8/S220/I5w_xNaCCuoALywLvuftKDWsxrZ_J1jWE-UFWvRFg7IfBDCZ4u0u52neqImhEvtB.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4776483926839565454.post-4103879453198658503</id><published>2009-07-21T11:41:00.000+02:00</published><updated>2009-07-21T13:23:22.388+02:00</updated><title type='text'>L'esame</title><content type='html'>Era una mattina d'estate nella provincia dello Shaanxi. La stanza era piccola e semplice, come si conviene ad uno studente della Via. La luce del sole filtrava attraverso le persiane di bambù, inondando l'ambiente con i suoi raggi dorati. Il giovane Chang poteva sentire il fruscio delle foglie sugli alberi, mentre gli uccelli del bosco si chiamavano e si rispondevano intrecciando i loro richiami in una musica dolce e vivace.&lt;br /&gt;Il ragazzo si alzò dalla sua stuoia, come ogni mattina avrebbe praticato il suo Chi Gong, si sarebbe applicato al lavoro nei campi, dopodichè lo attendevano ore di estenuante condizionamento fisico. A metà giornata avrebbe praticato i Tao Lu, mentre il tardo pomeriggio era tradizionalmente adibito allo studio dei Classici di Confucio. La sera, infine, avrebbe lottato con il proprio Maestro per allenare determinazione e gentilezza, caratteristiche imprescindibili per essere un uomo.&lt;br /&gt;La porticina di legno si aprì di colpo mentre era assorto in questi pensieri. Vide il maestro Wei Pei immobile sulla soglia, vestito con dei semplici pantaloni di lino bianco e una camicia nera, anch'essa di lino.&lt;br /&gt;"Vieni, figliolo" disse.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si sedettero nella radura antistante la piccola capanna, lo sguardo di Wei Pei non aveva perso nulla della sua fermezza, ma gli parve di scorgere una nota di dolcezza che non aveva più ritrovato una volta superata l'infanzia.&lt;br /&gt;"Figliolo, sono più di dieci anni che ti tengo sotto la mia protezione, è giunta l'ora che tu vada, che tu affronti il mondo, ti trovi una donna e un impiego onesto. Ti ho concesso di apprendere il Wu Shu, l'I Ching e i Classici, ti ho dato un tetto e ti ho concesso di mangiare del tuo lavoro. Ma ora è tempo che tu compia i tuoi sbagli."&lt;br /&gt;"Sifu... io non..."&lt;br /&gt;"Chi sa non parla, chi parla non sa. Una prova ti attende che non si può più procrastinare."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il ragazzo mostrò al Maestro tutte le tecniche che aveva appreso, esprimendo appieno la forza della Tigre e l'eleganza dell'Airone, la rapidità del Serpente e la flessibilità della Gru. Gli mostrò gli ingannevoli stratagemmi della Mantide , e le imprevedibili movenze della scimmia.&lt;br /&gt;Mentre praticava i Tao Lu la sua mente andava ai sessantaquattro esagrammi e ai cinque elementi, egli era fuoco, metallo, legno, terra, acqua, respirava nel ciclo dell'esistenza, indissolubilmente connesso alla Vita.&lt;br /&gt;Terminata che fu la dimostrazione, si accorse di una lacrima sulla barba di Wei Pei. Disse: "Sifu, ho forse deluso le vostre aspettative?"&lt;br /&gt;Il maestro fece per parlare e rispose: "Chang, ora tu sai privare un lupo delle zanne, uccidere una tigre con un esile bambù, sai afferrare un serpente mentre lancia il suo attacco velenoso, evitare una ghianda che cade da un albero senza alcun rumore, sai camminare silenzioso come una pantera e disarmare una banda di briganti senza spegnere la luce dei loro occhi. Ma il Wu Shu non è solo questo. Il Wu Shu è il tentativo dell'uomo di dominare la casualità del combattimento, di imprimere l'ordine sul caos, infondere la logica nell'imprevedibilità. In questo non è diverso dallo I Ching, dalle massime di Confucio, dalla matematica o dall' ingegneria, dall'agricoltura e dall'allevamento. Per questo tu vedi una lacrima sulla mia barba. Non dicono forse: &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Una giornata di sole può rapidamente trasformarsi in una tempesta echeggiante di tuoni e fulmini; un temporale imperversante può improvvisamente lasciare spazio ad una limpida notte lunare? &lt;/span&gt; "&lt;br /&gt;Il ragazzo lasciò che le parole del Maestro si depositassero sul fondo della sua anima, le contemplò con gravità e poi con serenità, come si contempla un grande tesoro che è anche un grande potere. Poi ruppe il silenzio e disse:&lt;br /&gt;"Perdona la mia caparbietà, Sifu, ma Lao Tze ha detto anche: &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Il tempo può essere incostante, ma il cielo rimane sempre lo stesso. L'essenza della mente umana dovrebbe funzionare allo stesso modo.&lt;/span&gt;"&lt;br /&gt;"Giusta osservazione, ma è stato pure detto: &lt;span style="font-style:italic;"&gt;la conoscenza è altro dall'esperienza&lt;/span&gt;. Ora prendi le tue cose e vai, che io non abbia più a preoccuparmi della tua vita."&lt;br /&gt;"Ho dunque superato la prova Maestro?"&lt;br /&gt;Gli occhi severi di Wei Pei ebbero un guizzo, l'angolo destro della sua bocca si increspò in un sorriso, poi prese a ridere con forza, battendosi le cosce con le palme delle mani.&lt;br /&gt;Quando si fu ripreso disse: "Mio caro Cheng, vedi la strada oltre il bosco? E' lì, che comincia il tuo esame."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_RpMmS8bi3OA/SmWie4P32ZI/AAAAAAAACDc/B6z7WRSTE9Q/s1600-h/Open+landscape.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 230px; height: 320px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_RpMmS8bi3OA/SmWie4P32ZI/AAAAAAAACDc/B6z7WRSTE9Q/s320/Open+landscape.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5360869582833179026" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4776483926839565454-4103879453198658503?l=worxd.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://worxd.blogspot.com/feeds/4103879453198658503/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://worxd.blogspot.com/2009/07/lesame.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4776483926839565454/posts/default/4103879453198658503'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4776483926839565454/posts/default/4103879453198658503'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://worxd.blogspot.com/2009/07/lesame.html' title='L&apos;esame'/><author><name>al akhtal</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_RpMmS8bi3OA/Sx_ERIaYGgI/AAAAAAAACRU/skjvfY9tmo8/S220/I5w_xNaCCuoALywLvuftKDWsxrZ_J1jWE-UFWvRFg7IfBDCZ4u0u52neqImhEvtB.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_RpMmS8bi3OA/SmWie4P32ZI/AAAAAAAACDc/B6z7WRSTE9Q/s72-c/Open+landscape.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4776483926839565454.post-1609585908207532883</id><published>2009-07-21T02:36:00.001+02:00</published><updated>2009-07-24T13:19:21.909+02:00</updated><title type='text'>Heavyweight</title><content type='html'>&lt;span style="font-style:italic;"&gt;I told you about strawberry fields | You know the place where nothing is real.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;La radio suona nell'abitacolo, lui alza il volume per cercare di sovrastare il rumore del motore, non riesce a seguire il filo dei pensieri con esattezza, semplicemente troppe cose da ricordare, troppo poco il tempo tra una battuta e l'altra della canzone, vorrebbe abbassare il volume, ma qualcosa in lui domanda di essere ascoltato con troppa veemenza per lasciargli spazio.&lt;br /&gt;La musica fa affiorare qualche timida lacrima sulle palpebre, ma è troppo uomo per concedersi di piangere, &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Boys don't cry&lt;/span&gt;, non ti sembra?&lt;br /&gt;Semplicemente sono troppi i ricordi che affiorano alla sua memoria, e non c'è abbastanza spazio per ciascuno di loro. Mentre percorre la stessa strada che lo ha portato a casa dopo essere nato, la stessa della sua infanzia, la stessa strada della sua adolescenza ubriaca e sconnessa... si tratta poi della stessa strada? Erano la stessa persona il neonato, il bambino attaccato ai suoi robottini fatti di LEGO, l'adolescente fluttuante tra i fumi dell'haschisch? E chi era adesso?&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Well here's another place you can go | Where everthing flows.&lt;/span&gt; Impugna il volante con maggior forza, il braccio teso luccica sotto la luce dei radi lampioni, gli occhi fissi sulla strada buia, ascolta la canzone e si pone domande senza cercare risposte. E' poi importante sapere chi era era stato avrebbe potuto essere? Ricordi si accavallano, la parrucchiera di sua madre, una squallida canzone di Raf degli 80s, la piazza del paese vuota e spoglia, Giovanna e Claudia che mimano la "scala mobile" dalla vetrina del ristorante cinese, odore di erba che sembra popcorn sale in spesse volute di fumo dal cilone azzurro. Le sue labbra immobili accennano un sorriso, tutto si mescola in un istante, sembra trovare il bandolo della matassa ma un accordo troppo acuto spazza di nuovo via il sentiero percorso dalla memoria.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Looking through the bent backed tulips | To see how the other half lives | Looking through a glass onion.&lt;/span&gt; Si è sempre dimenticato di pensare agli altri. Gli altri gli altri gli altri ... Si è sempre compiaciuto di riconoscersi negli altri, di trovare se stesso nel rapporto con gli altri, ma riporta tutto a se stesso. Il tempo. Il tempo degli altri, il tempo della memoria, il tempo dell'oblio, la volontà di ricordare, la facoltà di esserci, starci, la sua, la loro, quella reciproca, saper colmare le distanze, e anche rimanere in se stessi. Percorre una strada fatta di ricordi, impressioni, sensazioni che prendono allo stomaco e alla testa, passato presente e futuro gli appaiono così chiari eppure ci sarebbe così tanto da fare, oppure semplicemente nulla.&lt;br /&gt;La strada buia si snoda sotto l'automobile come un nastro nero, la musica riempie l'abitacolo, e in un magnifico istante tutto appare così pieno di senso da rendere inutile il tentativo di una storia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_RpMmS8bi3OA/SmUYKsvcPtI/AAAAAAAACDU/0klht_OmD1w/s1600-h/The-80-s-the-80s-555555_780_768.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 315px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_RpMmS8bi3OA/SmUYKsvcPtI/AAAAAAAACDU/0klht_OmD1w/s320/The-80-s-the-80s-555555_780_768.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5360717503542345426" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4776483926839565454-1609585908207532883?l=worxd.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://worxd.blogspot.com/feeds/1609585908207532883/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://worxd.blogspot.com/2009/07/heavyweight.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4776483926839565454/posts/default/1609585908207532883'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4776483926839565454/posts/default/1609585908207532883'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://worxd.blogspot.com/2009/07/heavyweight.html' title='Heavyweight'/><author><name>al akhtal</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_RpMmS8bi3OA/Sx_ERIaYGgI/AAAAAAAACRU/skjvfY9tmo8/S220/I5w_xNaCCuoALywLvuftKDWsxrZ_J1jWE-UFWvRFg7IfBDCZ4u0u52neqImhEvtB.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_RpMmS8bi3OA/SmUYKsvcPtI/AAAAAAAACDU/0klht_OmD1w/s72-c/The-80-s-the-80s-555555_780_768.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4776483926839565454.post-4781311033956012100</id><published>2009-06-13T19:19:00.001+02:00</published><updated>2009-06-13T19:19:44.556+02:00</updated><title type='text'>We linger alone</title><content type='html'>Ore sette e trenta. Piove e fa freddo. L’Autobus è stracolmo di gente tra impiegati, operai e studenti, siamo schiacciati come sardine e gli ombrelli bagnati pigiati contro le gambe non fanno che aumentare i brividi di freddo e disagio. I ragazzi, quelli che sono riusciti a sedersi, se ne stanno con le teste appoggiate contro i vetri bagnati di condensa, gli auricolari nelle orecchie, a guardare fuori o per terra, gli adulti in giacca e cravatta tentano disperatamente di salvaguardare la piega dei loro abiti, lanciando occhiatacce agli zaini che li comprimono contro altri zaini. Sono salito da trenta secondi e già mi accorgo che qui dentro la temperatura sta salendo vertiginosamente, il riscaldamento dell’autobus non si sposa bene coi vestiti invernali, così so che tra un altro mezzo minuto inizierò a impregnare i vestiti di sudore, poi scenderò alla mia fermata rituffandomi negli zero gradi dell’inverno torinese e domani avrò la febbre. Ansia.&lt;br /&gt;Mi faccio largo a gomitate in mezzo alla gente, scendo alla prima fermata che mi capita. Farò tardi. Vaffanculo. Finalmente le porte si aprono e la ressa di gente mi espelle dal mezzo come la peristalsi dell’intestino di un’enorme creatura dalla pelle metallica. Pioggia, freddo pungente. Mi accendo una sigaretta. E’ come succhiare una sbarretta di ferro. Sul muro antistante al marciapiede c’è un poster con una scimmia disegnata a fianco di un uomo. Conferenza sull’evoluzione del cervello nei primati. Vaffanculo. Continuo a pensare che arriverò in ritardo all’università, poi mi dico che potrei arrivarci quando mi pare. Inizio a camminare per le strade semivuote, a quest’ora la gente lavora o sta a scuola. Il mio sguardo cade sui barboni che se ne stanno buttati nei loro cartoni, sulle grate dei marciapiedi da cui esce il calore degli impianti di riscaldamento dei palazzi. Uno sta dormendo, mi accorgo che qualcuno gli ha lasciato la colazione avvolta in una busta di carta a lato del suo giaciglio. Quando si sveglierà sarà felice, almeno credo.&lt;br /&gt;I pochi passanti sfrecciano con le loro valigette, per sfuggire al freddo forse, o per sfuggire a eventuali tossici che potrebbero fermarli per chiedergli dei soldi. Un ragazzo cammina sotto i portici col suo zaino, sta cantando a squarciagola una canzone di Caparezza. E’ arrabbiato.&lt;br /&gt;Alla fine mi rendo conto che non ho proprio niente da fare in giro per la città e così arrivo fino all’Università. Mentre salgo i gradini con la coda dell’occhio vedo svolazzare un lembo di stoffa bianca, mi giro e mi accorgo di un tizio completamente vestito di bianco, con una lunga criniera bionda e un mantello, anch’esso bianco. Nella mano destra porta un bastone nodoso come un cazzo di druido, penso che voglia somigliare a Gandalf e mi viene da chiedergli se vuole giocare al Signore degli Anelli, appena varcata la soglia sento una mano sulla mia spalla, mi volto e mi sbattono un foglio in faccia, mentre un ragazzo alto, con una barba rossiccia e vestito come se uscisse da un vecchio dagherrotipo mi dice “Vuoi venire con noi a parlare della figura di Marx?” Dietro di lui sventola lo striscione dei comitati Marxisti Leninisti, lo guardo, scuoto e la testa e me ne vado.&lt;br /&gt;Arrivo che la lezione è già cominciata da un pezzo, il professore sta spiegando in che modo Aleban proviene dal gallico “Ale Banno”, è sempre entusiasmante vedere la passione con cui quest’uomo anziano, che appartiene a un altro mondo, spieghi ancora la sua materia con tanta passione.&lt;br /&gt;Mi isolo nei misteri della linguistica. Qui non conosco nessuno, penso.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4776483926839565454-4781311033956012100?l=worxd.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://worxd.blogspot.com/feeds/4781311033956012100/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://worxd.blogspot.com/2009/06/we-linger-alone.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4776483926839565454/posts/default/4781311033956012100'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4776483926839565454/posts/default/4781311033956012100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://worxd.blogspot.com/2009/06/we-linger-alone.html' title='We linger alone'/><author><name>al akhtal</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_RpMmS8bi3OA/Sx_ERIaYGgI/AAAAAAAACRU/skjvfY9tmo8/S220/I5w_xNaCCuoALywLvuftKDWsxrZ_J1jWE-UFWvRFg7IfBDCZ4u0u52neqImhEvtB.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4776483926839565454.post-7443889926008792704</id><published>2009-06-13T19:18:00.001+02:00</published><updated>2009-06-13T19:18:38.922+02:00</updated><title type='text'>Bodies confused.</title><content type='html'>Due hamburger, le uova, insalata, e magari una bottiglia d’olio due hamburger, le uova, insalata, e magari una bottiglia d’olio. Bruce Lee ha detto che chi pratica il kung fu è votato all’indipendenza, non teme il giudizio degli altri. Eppure… “Posizione di Chi Bao Shi, ruotate il busto molto lentamente, potete sentire il Chi sulla pelle della braccia” Sensazione elettrica, calore, sì, il Chi.&lt;br /&gt;E poi tutta la paura, il dolore, il dolore e la paura, Focus Groups, prendetevi cura del bambino interiore, Dio mi sembra Fight Club, ma questo non è un simpatico pinguino, è il bambino interiore due hamburger, le uova, insalata, e magari una bottiglia d’olio, devo prendere due hamburger, le uova… insalata… “perché ‘o vedi questo, ‘o sai che è questo? Questo è’n manganello!” dice il vecchio tondo, tutto in lui è tondo, la pancia è tonda, la testa pelata è tonda, i suoi piccoli occhi miopi sono tondi, e azzurrissimi! Persino le gambe sono tonde, chissà se ha pure i coglioni così tanto tondi! Eppure sono contento “perché ‘n pugno qui… casco pe’ tera”.&lt;br /&gt;Chi pratica il kung fu è votato all’indipendenza, non teme il giudizio degli altri eppure ho paura per il prossimo esame, il Peng, il leggendario uccello cinese che si dirige verso il Grande Mare del nord, in arabo si trova Pangias, che si può leggere anche bangas, Fenix no? La “b” si desonorizza, caduta della “a” assimilazione tra “g” ed “s” metamorfosi, un’altra parola greca, Fenix, il peng, grande non so quante migliaia di li, che però è un pesce che si trasforma in uccello, metamorfosi, la fenice che rinasce dalle proprie ceneri, metamorfosi. Ma chi è chi? E’ la fenice dei persiani il peng dei cinesi o viceversa o sono la stessa cosa, la fantasia degli uomini a cui non si possono chiedere spiegazioni?&lt;br /&gt;Sogno.&lt;br /&gt;Sogno di estrarre un filo dalla mia bocca, sto usando un paio di forbici, mi vedo da dentro, poi le forbici si impigliano nella mia bocca, in qualcosa, so che non dovrei tirare ma lo faccio, un dolore lancinante, un dolore che mi è familiare, guardo le punte di acciaio sporche di sangue tiro ancora, mi vedo da fuori, un lungo filo insanguinato che sento strappare il palato, il dolore è lancinante, tiro… eppure sono contento.&lt;br /&gt;Sogno un bambino, un bambino che chiede il mio aiuto, un bambino biondo, lo prendo per mano, lo prendo in braccio, c’è una tenda laggiù, di fronte al mare, il mare in tempesta, eppure è calmo, lo prendo in braccio mentre camminiamo sulla spiaggia blu cobalto, sento il rumore della risacca nella notte di pece, camminiamo, entriamo nella tenda, sei al sicuro qui, ora, piccolo, siamo al sicuro. Lo bacio sulle guanciotte tonde, ride, sono felice.&lt;br /&gt;Si dice che il maestro Chuang-zi avesse sognato d’essere una farfalla ignara di essere Chuang-zi, e che al risveglio non sapesse più se era lui che sognava di essere una farfalla o una farfalla che sognava di essere Chuang-zi. E’ scritto nel suo libro “questo è ciò che chiamiamo la metamorfosi degli esseri.”&lt;br /&gt;Mi sveglio.&lt;br /&gt;Mi alzo, sto bene, mi dà piacere il sonno che scivola via, sabbia sul corpo, è una giornata di luce fuori, il cielo è terso e azzurro come se mani giganti l’avessero steso, sopra le case, guardo le mie piante, per vedere se anche loro sentono il cambio di stagione, se per caso una foglia è un po’ più verde di ieri, per un attimo mi sembra di sentirla, la terra che gira, ogni cosa completa in se stessa.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4776483926839565454-7443889926008792704?l=worxd.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://worxd.blogspot.com/feeds/7443889926008792704/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://worxd.blogspot.com/2009/06/bodies-confused.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4776483926839565454/posts/default/7443889926008792704'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4776483926839565454/posts/default/7443889926008792704'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://worxd.blogspot.com/2009/06/bodies-confused.html' title='Bodies confused.'/><author><name>al akhtal</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_RpMmS8bi3OA/Sx_ERIaYGgI/AAAAAAAACRU/skjvfY9tmo8/S220/I5w_xNaCCuoALywLvuftKDWsxrZ_J1jWE-UFWvRFg7IfBDCZ4u0u52neqImhEvtB.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry></feed>
