venerdì 6 agosto 2010

Day Tripper

Roma a Luglio è un caldo torrido. Le facciate dei palazzi ti esplodono in faccia, inondate dalla luce del sole. I colori si perdono nella luce bianchissima, e formano figure geometriche di risplendente chiarore, che si intersecano con le ombre nere degli edifici, formando un quadro fatto di sagome spezzate, di luce e di ombra. Simile al fiume Nung di Apocalypse Now, la strada serpeggia attraverso la città come un cavo elettrico, ma al termine del mio viaggio non c’è nessun colonnello Kurtz ad aspettarmi, soltanto un ufficio di circosrcrizione, con la sua fresca penombra e le urla di decine di persone che aspettano una carta d’identità, che chiedono un cambio di residenza. Nessun orrore quindi, nessuna possibile epifania, nessuno scioglimento, soltanto la routine di un cittadino qualunque, un numero da prendere, una firma da mettere.
Entro nell’ufficio del comune, dove mi attende il vociare assordante di altri cittadini come me. Una donna vecchia e sfatta, con un’ improbabile acconciatura dei capelli, sta in piedi dietro uno sportello di vetro, urla informazioni a destra e a manca, mentre altri le si accalcano intorno con dei fogli in mano, fanno domande, la attorniano da ogni parte. La signora sembra sopraffatta dalla ressa, alcuni sono passati dietro lo sportello, temo che non ce la farà, temo che soccomberà alle richieste dei cittadini frustrati. La vedo scomparire per un momento dietro alle schiene e alle teste degli utenti. Ma proprio quando penso che sia spacciata, vedo la folla ricacciata indietro da urla inferocite e insulti. La donna riemerge da dietro la massa di gente, come Bud Spencer quando si scrolla di dosso frotte di cattivi con un urlo rauco e virile. L’impiegata, sull’onda della sua ritrovata aggressività, come una sorta di divinità guerriera tuona cazziatoni contro alcuni colleghi che girano attorno allo sportello senza occuparsi dell’utenza, mentre altre persone si accalcano dietro di me spingendo per entrare.
L’immagine che si ha negli uffici pubblici è sempre la stessa: due ore e mezza di orario la mattina, e due ore e mezza il pomeriggio nei giorni dispari. Un sacco di gente con le necessità più disparate, come è normale che avvenga in una grande città. Tre funzionari incompetenti e disinformati di cui uno viene abbandonato alla mischia con l’utenza, mentre due girano da una stanza all’altra ostentando un’aria affranta e impotente.
Dopo mezz’ora da quando sono entrato in possesso del modulo che mi serve, la donna allo sportello annuncia la chiusura, sbarra la porta d’ingresso, ci tira sopra una tenda e poi si dirige alla macchinetta che distribuisce i numeri, pomposamente denominata “turn-o-matic”, e col cipiglio di chi sta compiendo coscienziosamente il proprio lavoro, incomincia a estrarre dalla macchina tutti i numeri rimanenti. Quando una ritardataria, entrata per non so quale porta, le chiede di poter prendere il numero, la risposta non può che essere definitiva, ineluttabile, secca, come solo in un ufficio altamente disfunzionale come questo si può sentire: “Sono finiti.”
A circa un’ora dal termine del mostruoso turno di due ore e mezza, la circoscrizione non fa entrare più nessuno.
Quando arriva il mio turno per ritirare il documento, chiedo all’impiegata tre copie del foglio. Lei alza un sopracciglio, mi lancia un’occhiata di traverso e poi commenta sarcastica: “Ma certo, me ne faccia dieci!” e scoppia in una grassa risata. Tempo per l’operazione: cinque minuti scarsi. Frustrazione accumulata: oltre il livello di guardia.
Esco dalla bolgia infernale e inforco il mio roboante scooter 125 col portapacchi sfondato, parcheggiato al sole. La sella rovente rischia di lasciarmi un branding sulle chiappe con la texture dei jeans. Rigiro il potente mezzo e sono di nuovo sulla strada. Mentre attraverso la città alle due del pomeriggio, incattivito dagli ultimi eventi, mi dirigo senza meta verso il sole abbacinante, half-conscious, come in trance.
Il caldo sta iniziando a darmi alla testa, dall’aria tremolante che si alza dall’asfalto vedo emergere, come una Fata Morgana, il ministro Brambilla che vuole vietare il palio di Siena perché ci fa “vergognare” davanti ai cittadini stranieri. Invece il sito da lei realizzato per far conoscere il nostro Paese non è una vergogna, dove “spiagge” è tradotto “plagues” in francese, e cioè “pestilenze”. Non è una vergogna il tasso di disoccupazione in Italia. Non sono una vergogna i rapporti tra stato e mafia. Non è una vergogna che tutto questo sembri non esistere per i nostri politici. No. E’ il palio di Siena. Cazzo.
La noia. Non so quale altro motivo mi spinga a cercare un senso al disagio del cittadino medio. Creare delle relazioni tra gli eventi, scandagliare l’origine di un nome, leggere i rottami abbandonati sul ciglio della strada come la mappa di una metafisica pigra, autolesionista e irresponsabile, che spieghi l’assurdo di un ufficio di circoscrizione, il silenzio macabro che circonda le stragi di stato. Leggere i segni, scovare dei significati. Un’attività controproducente che presto ti porta al blocco della funzionalità cerebrale, perché sai che questo disagio rappresenta, per la maggior parte di noi, il migliore dei mondi possibili. E allora non mi resta che immaginare un acuto, giallo, pazzo squillo di tromba che infranga il vetro delle mie costruzioni, che frantumi lo schermo su cui è proiettata questa storia lenta e sciatta.
Il sudore mi scivola dalla fronte sugli occhiali, appannandomi la vista. Dall’alto dei cieli, mi pare di scorgere Alf, il simpatico alieno dal naso a proboscide, che mi chiama dallo zenith. Si sbraccia, sorride, e mi invita a salire. Mi rendo conto che è proprio lui, mi tende una mano e mi saluta col suo caratteristico “AAAAAAH!”. Sorrido, afferro la sua presa pelosa, e lui mi solleva, mi porta nel cuore del sole, dove tutto si perde nel calore e nel bianco, dove brucia ogni cosa.


lunedì 24 maggio 2010

Estranged

Il mare in tempesta. Non si può lottare contro il mare, non si può vincere la furia degli elementi a forza di braccia. Forse è per questo che le mie hanno cominciato a far male. Prima o poi il mare ha il sopravvento, e la sua massa d’acqua azzurrina ti ricopre. Tutto quello che vedi mentre affondi è un tetto d’acqua che si allontana sempre di più, mentre tutto intorno comincia a fare buio. Sempre più buio mentre affondi, il cuore batte forte e lo senti nelle orecchie, l'angoscia sale sempre di più e la superficie dell’acqua si allontana. Solo allora ti accorgi di quanto sia solida l’acqua, dura, tangibile, e scura. Ti stupisci di come i pesci possano vivere in un elemento tanto ostile, e mentre tu affondi i loro occhi senza palpebre ti fissano, e il loro sguardo ti fa male, perché è lo sguardo inespressivo dell’ineluttabilità del fato. Sì, perché quando affondi, dopo un po’ ti manca l’aria, e non c’è verso di lottare nemmeno contro il tuo corpo che vuole respirare a tutti i costi, e non gli interessa se respira acqua o aria, deve respirare e basta, e allora comincia a incamerare acqua. Non senti il salato in bocca, senti solo l’impatto del liquido nel palato, poi nello stomaco e infine nei polmoni. Ti riempi d’acqua e allora pensi che ti scioglierai nel mare, e allora pensi che non è così tanto male, e pensi di annientarti nel gigante blu, ma il problema è il mentre, il durante, il tempo che trascorre tra la prima boccata di liquido e l’ultimo pensiero che ti attraversa la mente, il tempo che passa mentre vedi il cielo scomparire dietro l’acqua, e la profondità che avanza, senza mostrare punti d’arrivo, senza neanche la consolazione di sapere dov’è che toccherai il fondo.
Qualcuno ha detto che siamo creature di terra, ma questo è inesatto, la terra è solo il punto d’appoggio dei nostri piedi, ma l’uomo è e resta una creatura dell’aria, siamo fatti per respirare aria, non terra, chi cazzo ha detto che siamo creature di terra? I pesci respirano nell’acqua, quindi sono animali acquatici, noi respiriamo nell’aria, quindi siamo animali dell’aria. Il fatto di non volare come uccelli, secondo me, non è sufficiente a privarci della nostra cittadinanza di animali aerei. E poi, senza terra, anche gli uccelli dove deporrebbero le uova? Segno che tutta la teoria degli elementi è da rifare.
Qualcuno ha detto che quando muori rivedi tutta la tua vita, la tua vita in un secondo, sembra un cazzo di spot. Anche ora, che sto morendo, penso a slogan e vorrei morire, mi consolo, è solo questione di minuti. Battuta. Faccio le battute come Bruce Willis nei film d’azione, ma in realtà sono terrorizzato.
Io sono nato negli anni 80, quando i ragazzi portavano la bandana e ottocento orologi sulle braccia. Quando era tutto colorato e hanno inventato le luci al neon. Quando andavano le giacche con le spalline larghe, e anche un semplice impiegato comunale sembrava Mazinga, quando il muro di Berlino separava ancora nettamente l’est e l’ovest in buoni e cattivi, quando in tivvù c’era lo Zio Tibia e i racconti della cripta, quando andavano il glam rock e i capelli cotonati, e sembrava che tutto luccicasse come se dovesse durare per sempre. Ascoltate l’ultimo disco dei Guns n’roses e ne riparliamo. Battuta numero due.
I bambini degli anni 80 sono cresciuti ascoltando Madonna e Cindy Lauper, che diceva “girls just wanna have fun”, e Madonna all’epoca aveva ancora le sopracciglia attaccate. Poi c’era Rocky, che spaccava il culo a tutti, che prendeva carrettate di pugni in faccia ma poi vinceva sempre, perché lui ci metteva il cuore, oltre che la faccia. Stallone faceva anche Rambo, che era uno traumatizzato dalla guerra e ammazzava tutti perché non volevano dargli un lavoro, e allora lui iniziava una guerra contro il mondo e lo sceriffo finiva sparato nei coglioni. Chi è nato negli anni 80 è cresciuto sapendo di essere speciale, è cresciuto giocando con i Master, i “dominatori dell’universo”, e quello che restava delle idee laiche e democratiche propugnate nei due decenni precedenti. Ma mentre tutti perdevano le bave sulle foto di Cindy Crawford si preparavano gli anni 90, il periodo del grunge e della depressione adolescenziale. Eravamo depressi perché non siamo diventati delle star, perché abbiamo capito che c’è un limite ai pugni che puoi prendere in faccia, perché anche se spari allo sceriffo un lavoro non te lodanno, perché ci siamo accorti che le belle idee dei nostri padri si erano trasformate in bigottismo e carrierismo, perché abbiamo smesso di portare le giacche con le spalline larghe e allora abbiamo capito quanto eravamo piccoli. Il muro di Berlino è caduto, insieme a tanti altri muri. Popoli colonizzati da trecento anni si sono riversati nelle nostre capitali, e tutti hanno avuto paura. La gente ha smesso di camminare per la strada perché c’erano i “marocchini”. All’inizio pensavo che marocchino fosse un mestiere, tipo “ciabattino” o “attacchino”, poi mi hanno detto che no, non era un mestiere, il mestiere del marocchino è il “vucumprà”.
Ma noi che siamo nati negli anni ottanta, sapevamo di essere speciali. E poi abbiamo scoperto di esserlo per davvero. Noi possiamo lavorare per duecento euro al mese in posti chiamati “call center”, ed essere mantenuti a trent’anni dalle nostre famiglie continuando a chiedere i soldi come ragazzini, posticipando la nostra realizzazione a data da destinarsi. Parafrasando Ginsberg ho visto le menti migliori della mia generazione sprecate, sprecate in stage aziendali non retribuiti con la promessa di un contratto a tempo determinato che non arriva mai. Eppoi ho visto le menti migliori della mia generazione andarsene per sempre all’estero, dove almeno esiste l’idea di sviluppo. Nel mio Paese ho visto scomparire l’industria, e ho visto mostri di cemento sfigurare le spiagge più belle del mondo, perché nel mio Paese vanno avanti solo i costruttori e i farabutti. Meglio se le due categorie rientrano in un’unica persona. L’agricoltura è sparita già tempo addietro, per fare spazio all’industria, e quella che rimane sopravvive grazie al caporalato e agli immigrati. Però tutti li vogliono mandare a casa. Tutti parlano di tutelare la famiglia, ma poi mettono la badante straniera appresso ai loro vecchi.
Io affondo, cazzo, e non so dove andrò finire. Affondo e mi manca l’aria e nemmeno adesso riesco a smettere di pensare alla vita che non ho vissuto, nemmeno adesso mi lascia il pensiero che avrebbe potuto essere migliore, diversa, che un posto da star mi spettava di diritto, che avrei vissuto in maniera stravagante ma soprattutto divertente, che anch’io avrei corteggiato una donna facendo il moonwalk. Ma poi anche Michael Jackson si è disfatto come una maschera di Madame Tussaud nel forno a microonde, e poi è morto che di tutti i suoi sogni era rimasto solo un marchio.
Sto annegando e vedo nero, le profondità mi inghiottono e vorrei pensare ancora, vorrei aver detto la metà di quello che penso, vorrei aver fatto un terzo di quello che immagino, vorrei ma non posso, ora è troppo tardi, e le profondità marine salgono, mi inghiottono. E’ buio. E’ tardi. E’…


lunedì 22 marzo 2010

Ko-ko

Luca chiuse la porta dell’appartamento con quattro rapidi giri di chiave. La luce di una nuova giornata grigia filtrava dalle vetrate delle scale. Si voltò e si lanciò rapido sugli scalini che portavano al piano terra. Erano le sei e venti, e lui era perfettamente in orario. Calcolando i tempi di percorrenza dei mezzi che lo avrebbero portato al lavoro, sarebbe arrivato in ufficio puntuale alle otto e mezza.
Si era svegliato incazzato, e sarebbe rimasto tale per tutto il giorno, solo che per abitudine cercava di non pensarci e così non fece caso al fatto che mentre scendeva le scale stava picchiando sul corrimano col pugno chiuso.
Mentre aspettava l’autobus osservò i muri scrostati del palazzo di fronte alla fermata, notò anche il tombino intasato da cui zampillava acqua sudicia che emanava fetore di liquami, e le facce appese del lunedì, provate dalla noia domenicale, scandita da programmi dalla durata esagerata, a cui milioni di italiani consegnano le loro esistenze scialbe sognando sogni che non gli appartengono.
Arrivò al capolinea della metro Battistini, da lì a Termini ci voleva mezz’ora esatta di viaggio, poi avrebbe preso la linea "B" fino a Laurentina e da lì avrebbe atteso per un tempo imprecisato l’autobus che lo avrebbe portato in ufficio, dove lavorava come grafico elettronico. A dispetto di qualsiasi pregiudizio Luca non era il classico “nerd”, aveva un corpo scattante e agile e col tempo aveva imparato a detestare il suo lavoro, che consisteva nel dare forma e sostanza alle illusioni di un’epoca fondata sul primato dell’immagine. Uno dei suoi ultimi incarichi era consistito nella realizzazione di un advertisement per una ditta di cosmetici, dove si vedeva una donna che come un serpente rompeva la pelle vecchia e rugosa di anziana per rinascere come un’avvenente e desiderabile ventenne.
Mentre stava in piedi nel vagone della metropolitana, pressato come una sardina fra valigette ventiquattro ore e profumi da voltastomaco, osservava un pannello del vagone che penzolava da un lato lasciando intravedere i cavi elettrici. Ogni volta che il treno ripartiva da una stazione, i cavi facevano contatto, emettendo due toni identici alle prime due note dello “Also Sprach Zarathustra” di Strauss. Gli sovvenne di una mano scimmiesca che, brandendo un osso, sbriciolava altre ossa di animali. Ossa su ossa, schegge, colpi e violenza, e poi grugniti e minacce e ancora ossa che frantumano ossa.
Scese a Laurentina, dove una donna lo urtò con forza mandandolo a sbattere contro la scala mobile. La donna non disse “mi scusi” e lui aveva troppo sonno per mandarla a stendere, però la odiò violentemente. Si concesse l’odio nichilista e fine a se stesso che spetta a ogni bravo cittadino, e senza neanche pensarci si portò il suo odio al lavoro, potente odio silenzioso fatto di frustrazione quotidiana, corazza e spada insieme.
Giunto in ufficio strisciò il suo badge, consegnando la propria identità alfanumerica all’anonimo portiere di plastica e silicio collocato all’ingresso. Raggiunse la propria postazione e avviò il sistema operativo. Un tempo, molti anni prima, trovava rassicurante la lucida faccia del monitor, l’interfaccia utente di icone colorate che gli apriva la porta al mondo cristallino delle texture e dei wire-frame, ma ormai da tempo si sentiva stanco. Stanco di portarsi dietro quell’ostruzione alla bocca dello stomaco, e quella sensazione di essere alla deriva, alla costante ricerca di un pezzo mancante, lasciandosi trasportare da un’esistenza senza volto.
- Quello è nuovo?
La voce del collega lo fece riemergere dai suoi pensieri.
- Eh?
- Dico, è nuovo quel livido? – disse Claudio indicando la sua mano.
- Come? Sì, me lo sono fatto ieri sera.
- Thai Boxe?
- Sì, sì…
- Certo che hai un bel coraggio, ma ti sei visto in faccia?
- No… cosa? E poi ti ho detto mille volte di non rompermi i coglioni.
- Senti Luca, io voglio solo farti presente che hai già avuto due richiami per quei lividi del cazzo. Ma perché lo fai?
- Te l’ho spiegato, mi aiuta a restare in contatto con la realtà.
- Senti, e se stasera, usciti di qui, ti portassi…
- Te l’ho detto, lasciami in pace!
- Come vuoi... Senti cazzone, sta arrivando il capo del personale, nasconditi in bagno per un po’.
- Oh cazzo, ma si vede tanto?
- Sì cazzone, ora vai.
La luce del bagno si accese con un tremolio. L’odore acre del disinfettante gli dava il mal di testa. Si guardò allo specchio per la prima volta da quando si era svegliato.
Il naso, che non era mai stato dritto, presentava una marcata curvatura verso sinistra, ed appariva giallognolo. Sullo zigomo destro campeggiava un enorme livido bluastro, mentre la palpebra dell’occhio destro era viola a causa di un versamento di sangue.
Si guardò le mani sotto le luci al neon, vide che presentavano le consuete escoriazioni sulle nocche e non ci badò.
Mentre osservava la sua faccia massacrata faceva scorrere le dita sulla pelle spingendo un po’ sui lividi. Quando la scarica di dolore gli arrivava al cervello sorrideva, contento di sentirsi vivo. Quello scempio doveva essere il risultato del gancio destro che ieri l’aveva messo al tappeto. Ricordava ancora l’impatto, il “tac” secco delle nocche contro le ossa craniche, il pugno che gli aveva rimbombato dentro le orecchie, poi le luci forti della palestra e infine la puzza di piedi del tatami. Era rimasto prono a terra per cinque minuti, prima di rialzarsi, ma a lui era sembrato un tempo molto più lungo, in cui si era goduto il cortocircuito delle sue fibre nervose, il piacere derivante dalla scarica di endorfine che lo intontivano, il contatto rassicurante del corpo sulla terra. Poi ricordava la mano dell’avversario che lo aiutava a risollevarsi da terra, le sue labbra che si muovevano forse per articolare qualche parola di scusa. Aveva passato il resto della serata nella sua casa vuota, guardando la televisione che trasmetteva programmi che non lo interessavano. La sua memoria aveva registrato qualcosa come 30-40 spot differenti, di cui due erano lavori suoi, spot che un giorno o l’altro si sarebbero affacciati alla ribalta della sua coscienza, in chissà quale occasione. Magari un giorno, al volante della sua auto, avrebbe detto: “essenze naturali di Ginko Biloba” senza neanche sapere perché. E mentre rimaneva seduto a fissare tutto quel ciarpame, si godeva il piacere delle endorfine dentro il suo cervello, il suo dolore dentro la sua faccia, il suo corpo che era solo suo, e che gli ricordava di essere dolorante, e quindi ancora vivo.
La mattina si era svegliato con un jingle pubblicitario nella testa, e aveva ascoltato il notiziario. Dicevano che l’economia trainava forte, e che la crisi dei tre anni passati era solo un ricordo. Peccato però che metà dei suoi amici avessero perso il lavoro, in quei tre anni, mentre l’altra metà era scappata all’estero. Molti cinquantenni si illudevano che i loro bei vestiti e le loro catene d’oro fossero sintomi inequivocabili di benessere, mentre i loro figli precari o disoccupati prendevano d’assalto i centri per l’impiego alla ricerca di lavori con contratti mensili. La realtà picchiava forte agli occhi della gente, ma il paravento costruito in vent’anni di illusioni era duro da abbattere, e la mediocrità diventava ogni giorno di più un valore da promuovere, mentre lui lottava per non farsi narcotizzare dal sogno di qualcun altro.
Molte volte avrebbe voluto piangere: quando si ricordava di quello che lo rendeva triste, quando non ce la faceva più, quando si sentiva solo al mondo. Il primo singhiozzo saliva cupo e sordo su per la gola, ma questo durava solo fino al prossimo cartellone pubblicitario, che spazzava via il pensiero e ricacciava il pianto nello stomaco. Per lo più tutto ciò che si concedeva era l’odio, ma come biasimarlo? La tristezza è un sentimento delicato, che spinge al raccoglimento e alla riflessione, poco adatto alla competitività.
Uscì dal bagno proprio mentre il capo del personale stava tornando al suo ufficio.
Anche se sono il narratore di questa storia non chiedetemi cosa passò nella testa di Luca quando il suo superiore lo redarguì. Non so quale possa essere il clinamen capace di ribaltare il tavolo del raziocinio, abbattendo il castello di carte dei ruoli e delle convenzioni sociali.
So solamente che Luca allungò un diretto al volto del suo capo, che finì a terra di spalle. In mezzo ai colleghi paralizzati per lo stupore, Luca si sedette in ginocchio a cavallo del torace dell’uomo, e cominciò a colpirlo. Mentre massacrava la sua faccia si udì lo sciacquio delle nocche dentro l’impasto semi-liquido di quella che fino ad un attimo prima era stata una cavità orale. La presenza mentale di Luca era totale come quella di un monaco zen che spazza via le foglie secche dalla soglia del tempio. Finì di devastare accuratamente quello che fino a poco prima era stato un volto, con la pazienza, il metodo e la serenità adatti a comporre un mandala tibetano. Si accorse di avere il cazzo duro. Pestare a sangue il suo capo era la cosa migliore che avesse mai fatto, ed era orgoglioso perché forse per la prima volta nella sua vita si sentiva un vero uomo, totalmente padrone del suo agire e totalmente disposto ad accettare le conseguenze del suo agire.
Quando i carabinieri lo portarono via e lo fecero sedere all’interno dell’auto, Luca si rilassò contro il sedile. Si addormentò in pochi minuti, con un bel sorriso stampato sulle labbra, mentre le auto tutt’intorno intrecciavano i loro clacson in una distonia straziante.