mercoledì 9 dicembre 2009

Pour se prendre au piège.

E’ andata via la luce. Un’altra volta.
Saranno sì e no le sei di sera, resto a fissare lo schermo nero del mio portatile, dove stavo lavorando alla traduzione di alcuni racconti dall’arabo. Riesco a distinguere appena i contorni argentati del desktop nell’oscurità. Mi alzo, getto un’occhiata dalla finestra per capire se è rimasta al buio solo sharia al-qiyade o se manca la luce in tutto il quartiere.
Accendo la candela che ho fissato sul fondo di un piattino sciogliendo la base di cera. Una lieve corrente d’aria filtra attraverso il vetro rotto della finestra facendo guizzare la fiamma. Le ombre danzano nella stanza, mentre resto seduto a fissare la parete. La casa è avvolta nel silenzio. So che il black-out può durare dai dieci minuti a diverse ore, e mi accorgo di quanto la mia vita sia dipendente dall’utilizzo di apparecchi elettrici. I primi tempi che stavo a Sanaa non sapevo cosa fare quando andava via la corrente, poi una sera sono uscito a comprare le sigarette e mi sono accorto di quanto fosse bella la città avvolta nell’oscurità. Da quella volta approfitto di queste occasioni per dedicarmi alla mia “deriva situazionista”, che in un linguaggio umano significa “passeggiata senza meta”. Non riesco nemmeno più a nominare una semplice passeggiata senza caricarla di significati accessori. Simboli, parole, referenti, una rete inestricabile di significati da cui cerco di scappare semplicemente fissando una parola sulla pagina abbastanza a lungo da trasformarla in un segno inintelligibile, perfettamente vuoto. Alle volte, quando lavoro su una traduzione, mi sembra che i fogli davanti a me siano pieni di segni assurdi, lasciati da qualche civiltà aliena, come l’alfabeto dei Klingon nella serie Star Trek.
Infilo il giaccone, mi aggiusto lo scialle sulla testa, spengo la candela ed esco. Rischio di rovinare sugli stretti scalini scivolosi del palazzo, attraverso la porticina cigolante e sono per strada.
Tutto il quartiere è sprofondato nel buio, alzo la testa per guardare il cielo, non trovo la luna e mi rendo conto perché è così tanto buio. Per me “notte senza luna” era sempre stata solo un’espressione, di quelle che si leggono nei racconti di paura, del tipo: “Era una notte senza luna e strani fuochi bruciavano sulle colline”, alla Lovecraft. Adesso è una realtà, quando non c’è luna è tutto maledettamente buio, tanto che non riesci a distinguere il volto di una persona neanche se ce l’hai a un centimetro dal naso. Mi incammino lungo la stradina lastricata, ai lati della via scorgo le sagome di vecchi accucciati nell’ombra e se tendo le orecchie riesco a percepire il rumore che producono le loro bocche mentre ciancicano le foglie di qat. E’ un rumore morbido, umido, rilassante.“Salam aleykum” dice qualcuno nell’oscurità, non so se ce l’ha con me, ma per educazione rispondo. Un altro “Salam aleykum” giunge dal lato destro, stavolta riconosco la voce: è Muhammad, il ragazzo della bottega. Non avrò fatto cinquanta metri che avrò detto sei o sette “aleykum salam”. Davanti a me sento le strisciate di un pallone sul selciato, alcuni bambini giocano noncuranti del buio, vicino a un giardino chiuso in cui di giorno si possono vedere splendide buganville fucsia.
Mi dirigo verso la Sailah, il letto del wadi all’interno del quale gli ingegneri cinesi hanno costruito la strada che taglia a metà il centro storico, e che quando soffia il monsone portando le piogge tropicali si allaga fino alla cima. Mentre cammino mi capita di urtare delle persone, altre volte qualcuno urta me. Quando va via la luce la gente parla a voce più bassa, non so perché, ma anche io preferisco il silenzio e non ho voglia di parlare. Nell’oscurità brillano luci attraverso le finestre dai vetri multicolori: rossi, verdi, blu e gialli. Arrivato alla Sailah trovo il solito traffico congestionato con automobili che strombazzano e appestano l’aria con gas di scarico venefici. Attraverso il ponte che collega le due metà della città più in fretta che posso e mi ritrovo dall’altra parte. Prendo una strada a caso tra le tante viuzze che si diramano nel centro storico. Non ci sono molte persone in giro, qualcuno cammina usando il cellulare per rischiarare la strada e non inciampare in qualche tubatura scoperta o in una buca, mentre altri scivolano via nell’oscurità furtivi, come se fossero ombre a loro volta. Una vecchia signora procede con passo cadenzato, dondolando sulle anche, mentre un uomo pare trascinare la gamba destra aiutandosi con entrambe le mani.
“Ya Hameeeeed!” grida un ignoto passante, che evidentemente sta cercando Hamed. Una capra bela dalla cima di un tetto. Le case di Sanaa, con le loro forme squadrate, al buio somigliano a tante tombe, oppure al misterioso monolite di “2001 odissea nello spazio”. Mi chiedo perché debba pensare proprio a delle lapidi, mentre affondo i pugni nel vecchio giaccone.
Alle volte, nell’oscurità, si vedono delle botteghe illuminate da poche candele, mentre il proprietario se ne sta accoccolato in un angolo per proteggersi dal freddo, masticando foglie di qat. Mi tornano alla memoria i dipinti di Caravaggio, rimasugli della mia istruzione superiore, qualche commento del professore a proposito della tecnica luministica. Cammino nel buio, e mi accorgo di non vedere. Cammino nel buio, e mi accorgo di non sapere. La mia testa è piena di scene, di parole già dette, di aspettative, commenti e fraintendimenti. Dentro di me ci sono secoli di storia orientale scritta da europei, fatta di parole, simboli e pregiudizi. Mi dico che sono qui e che sto esistendo qui ed ora in questa realtà, per esserci, per viverla, mi dico che questa realtà fa parte di me, eppure sento qualcosa che mi sfugge, che non riesco a descrivere, a condividere, a conservare.
Mi guardo attorno e mi accorgo che mi sono perso.
Sono uscito dalla città vecchia e mi trovo in un punto imprecisato della città. Aspetto un tassì sul bordo della strada. Immediatamente un’auto bianca con la familiare striscia gialla sulla fiancata si ferma a pochi metri da me. Salgo e contratto subito il prezzo per “sharia al qiyade davanti all’hotel Sam”.

Quando scendo dall’auto la luce è tornata nel quartiere. Vedo l’insegna del sarto sotto casa mia. Attraverso la vetrina il ragazzo mi vede arrivare, sorride e mi saluta con un cenno della mano.
Sorrido, penso che mi fermerò a fare due chiacchiere.

Nessun commento:

Posta un commento