mercoledì 18 novembre 2009

Evenflow

“Ho scelto di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica, perché non voglio vivere in un paese illiberale governato da forze immature e da uomini legati a doppio filo a un passato politicamente ed economicamente fall…”
La tivù si spense con un sibilo. Gettò lontano il telecomando, che rimbalzò sullo schienale del divano finendo a terra. Percorse la stanza intera con lo sguardo, nauseato. L’occhio gli cadde sul posacenere stracolmo di cicche, che appestava l’aria con la puzza di cenere e nicotina. In mezzo ai tanti filtri gialli di sigarette si accorse di aver lasciato una mezza canna. Si allungò sul divano per raggiungere il posacenere, prese la canna e se la accese. Si sprigionò il caratteristico odore di paraffina e haschisch.
“Fumo di merda” pensò, e poi: “meglio di niente.”
Si alzò dal divano, voleva mettere della musica. Si mise a scartabellare in mezzo alle dozzine di CD che riempivano lo scaffale dell’armadio, aveva sempre quel senso di ansia che gli opprimeva la bocca dello stomaco, e l’insoddisfazione per tutto.
Rammstein, Black Sabbath, HIM, Nirvana, Can, Soundgarden, Pantera, Placebo, Pearl Jam… “mmmh, Pearl Jam…”
Soffiò una boccata di fumo marroncino, osservò le spire arricciarsi nell’aria per poi arrampicarsi su per la tenda e scomparire. “Pearl Jam…”
Certo c’era la versione di latino da finire, e poi i compiti di inglese, ma per quelli avrebbe improvvisato le risposte dal posto, la vecchia non si alzava mai dalla cattedra e, per par condicio, non faceva mai alzare gli studenti; quanto alla versione di latino l’avrebbe copiata prima della campanella facendo il simpatico con quella stronza di Giovanna, che sì gli avrebbe rotto i coglioni ma poi lui avrebbe detto qualcosa che l’avrebbe convinta e quindi a posto.
Certo poi pensava sempre a lei, alla ragazza che gli piaceva e che non poteva importargliene di meno (a lei, ben inteso) e che si chiedeva come si fa a convincere qualcuno di una cosa che non gli interessa, bisognerebbe inventare un apparecchio per entrare nel cervello della gente, ma poi alla fine la colpa era la sua perché forse qualcosa avrebbe potuto farlo, ma che ci poteva fare se appena le si avvicinava si sentiva completamente in balia del suo corpo e delle sue sensazioni e non riusciva mai a dirle ciò che provava davvero?
D’altra parte non riusciva a parlarne nemmeno con i suoi, come non era mai riuscito a parlare di un bel niente con i suoi, che non c’erano mai. Quando sua madre non lavorava andava a giocare a tennis, che era come dire che andava a fottersi il dentista. Quando tornava aveva sempre qualche abito nuovo, una stronzata, qualche accessorio. “Sono passata in centro” diceva.
Suo padre fotteva soldi alla banca e ci comprava le moto che gli permettevano di scappare dal confronto con sua moglie. La loro unione era ben rappresentata dalla foto del matrimonio, col vetro frantumato e la cornice rotta rabberciata con lo scotch.
Accese la tivù, ma senza sonoro, chissà magari facevano qualcosa, così poi spegneva la musica e guardava la tivù, ma per ora non c’era un cazzo, quindi si fumava il suo cannone.
Il disco era partito da un pezzo, mentre seguiva sul cinque le immagini mute di ragazzi che si cimentavano in ballo, canto e recitazione, il pubblico li criticava e poi prendevano a lanciarsi invettive. Dalle bocche spalancate e dai lineamenti contratti stavano sicuramente litigando. Sul due
c’era il papa che parlava, che probabilmente diceva che i gay distruggono la famiglia italiana, sul tre c’era una di quelle fighe pazzesche per la pubblicità di un profumo. Se la stava mangiando con gli occhi. Certo, il successo. Il successo ti dà questo e quest’altro, ma un giorno, chissà quando, l’avrebbe trovato il successo. Chissà quando, un giorno. Il futuro per lui era sempre qualcosa di là da venire, sempre una speranza di fare qualcosa di grande, un sogno troppo sfrenato per poter essere anche solo nominato, mai consapevolizzato, tutto cuore e niente cervello, col suo cuore ci si schermiva, col suo cuore aggrediva, lanciandolo contro la vita, il suo cuore messo a nudo, così fragile e così forte, e cazzo se ce la faceva, solo col suo cuore, a nuotare controcorrente, noia costante e una rabbia micidiale. C’erano momenti in cui avrebbe voluto gridare, gridare così forte da sfondare i muri, spianare le montagne, scuotere la terra. Ma poi alla fine non gridava mai, perché poi i vicini chissà cosa pensano, e allora gridava dentro un cuscino, soffocando le sue urla, ma poi gli faceva male la gola per la foga, e restava svuotato, a vagare per casa, rimbalzando contro i muri come quegli insetti sul vetro della finestra. Allora poi usciva, così svuotato, prendeva la macchina e se ne andava da qualche amico, che trovava annoiato come lui, col quale ascoltavano musica di gente arrabbiata come loro, o guardavano film da togliere l’appetito.
Il più delle volte però restava a casa, e si accendeva una canna, poi magari una seconda, poi magari appicciava un “tubo” e restava sdraiato sul divano, ascoltando musica, saltando sulle note mentre quelle gli scorrevano sotto i piedi, sempre avanti, verso la fine del pezzo. Talvolta, su quelle strade fatte di note, gli capitava di incontrare della gente, animali, creature fantastiche, ma non si soffermava mai a interagire con loro, continuava a correre sul flusso della musica, sempre avanti, verso la fine del pezzo. Però quando il pezzo finiva, gli si apriva davanti una voragine nera, lui spiccava un salto e cadeva giù… giù… Sai, no? When the music’s over, turn out the light…
Quando cadeva provava una sensazione di tepore mista a torpore, un po’ anestetizzato, pronto ad atterrare nuovamente sul suo divano, pronto per la cena, pronto per la scuola, pronto per gli amici, pronto per la vita.
Il disco era terminato. Aprì gli occhi lentamente, si accorse che il televisore era ancora acceso. Lasciò cadere la mano dal suo grembo al suo fianco, prese il telecomando e alzò il volume:
“i quattro, dopo aver attirato la ragazza in un capannone, l’hanno picchiata e poi ripetutamente stuprata. I ragazzi, tutti quindicenni, saranno ascoltati dal tribunale dei minori. Ma sentiamo il colonnello dei Carabinieri: - Erano ragazzi normali, provenienti da famiglie normali, nulla poteva lasciar presagire l’accaduto. Che posso dire… normali, ragazzi normali…”
Normale.
Noia costante.
E una rabbia micidale.

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