sabato 13 giugno 2009

We linger alone

Ore sette e trenta. Piove e fa freddo. L’Autobus è stracolmo di gente tra impiegati, operai e studenti, siamo schiacciati come sardine e gli ombrelli bagnati pigiati contro le gambe non fanno che aumentare i brividi di freddo e disagio. I ragazzi, quelli che sono riusciti a sedersi, se ne stanno con le teste appoggiate contro i vetri bagnati di condensa, gli auricolari nelle orecchie, a guardare fuori o per terra, gli adulti in giacca e cravatta tentano disperatamente di salvaguardare la piega dei loro abiti, lanciando occhiatacce agli zaini che li comprimono contro altri zaini. Sono salito da trenta secondi e già mi accorgo che qui dentro la temperatura sta salendo vertiginosamente, il riscaldamento dell’autobus non si sposa bene coi vestiti invernali, così so che tra un altro mezzo minuto inizierò a impregnare i vestiti di sudore, poi scenderò alla mia fermata rituffandomi negli zero gradi dell’inverno torinese e domani avrò la febbre. Ansia.
Mi faccio largo a gomitate in mezzo alla gente, scendo alla prima fermata che mi capita. Farò tardi. Vaffanculo. Finalmente le porte si aprono e la ressa di gente mi espelle dal mezzo come la peristalsi dell’intestino di un’enorme creatura dalla pelle metallica. Pioggia, freddo pungente. Mi accendo una sigaretta. E’ come succhiare una sbarretta di ferro. Sul muro antistante al marciapiede c’è un poster con una scimmia disegnata a fianco di un uomo. Conferenza sull’evoluzione del cervello nei primati. Vaffanculo. Continuo a pensare che arriverò in ritardo all’università, poi mi dico che potrei arrivarci quando mi pare. Inizio a camminare per le strade semivuote, a quest’ora la gente lavora o sta a scuola. Il mio sguardo cade sui barboni che se ne stanno buttati nei loro cartoni, sulle grate dei marciapiedi da cui esce il calore degli impianti di riscaldamento dei palazzi. Uno sta dormendo, mi accorgo che qualcuno gli ha lasciato la colazione avvolta in una busta di carta a lato del suo giaciglio. Quando si sveglierà sarà felice, almeno credo.
I pochi passanti sfrecciano con le loro valigette, per sfuggire al freddo forse, o per sfuggire a eventuali tossici che potrebbero fermarli per chiedergli dei soldi. Un ragazzo cammina sotto i portici col suo zaino, sta cantando a squarciagola una canzone di Caparezza. E’ arrabbiato.
Alla fine mi rendo conto che non ho proprio niente da fare in giro per la città e così arrivo fino all’Università. Mentre salgo i gradini con la coda dell’occhio vedo svolazzare un lembo di stoffa bianca, mi giro e mi accorgo di un tizio completamente vestito di bianco, con una lunga criniera bionda e un mantello, anch’esso bianco. Nella mano destra porta un bastone nodoso come un cazzo di druido, penso che voglia somigliare a Gandalf e mi viene da chiedergli se vuole giocare al Signore degli Anelli, appena varcata la soglia sento una mano sulla mia spalla, mi volto e mi sbattono un foglio in faccia, mentre un ragazzo alto, con una barba rossiccia e vestito come se uscisse da un vecchio dagherrotipo mi dice “Vuoi venire con noi a parlare della figura di Marx?” Dietro di lui sventola lo striscione dei comitati Marxisti Leninisti, lo guardo, scuoto e la testa e me ne vado.
Arrivo che la lezione è già cominciata da un pezzo, il professore sta spiegando in che modo Aleban proviene dal gallico “Ale Banno”, è sempre entusiasmante vedere la passione con cui quest’uomo anziano, che appartiene a un altro mondo, spieghi ancora la sua materia con tanta passione.
Mi isolo nei misteri della linguistica. Qui non conosco nessuno, penso.

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